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November 5, 2015

Dentro e fuori la città: dal Babylon Atelier al teatro urbano e ritorno

Allegra Baggio Corradi
Il Babylon Atelier di via Macello é uno spazio relazionale gratutito e autentico attraverso il quale poeti, musicisti, attori e artisti di ogni declinazione partecipano all’esercizio della riconquista di valori. Valori che Nazario Zambaldi, il direttore dello spazio, definisce come « pratiche, parole vive, emozioni e sentimenti ». Dal più recente festival « Macello » ai consueti laboratori-rifugio dalle contraddizioni dello spazio pubblico, Babylon diventa casa e luogo di creazione consapevole. Sempre in bilico tra il dentro e il fuori, tra il pubblico e il privato, Babylon guarda al tessuto urbano come ad una rete nella quale perdersi fino a diventarne parte. Abbiamo intervistato Nazario per conoscere meglio le sue strategie di visione per il futuro…

 

Il Babylon Atelier di via Macello è uno spazio interamente affidato agli artisti per i loro progetti creativi. Come avvengono le collaborazioni e quali i criteri  alla base della scelta dei progetti?

Il Babylon OPEN atelier è uno spazio privato, un atelier messomi a disposizione da Josef Reinisch, che ho aperto al pubblico per il mio progetto espositivo in occasione della nona Giornata del contemporaneo nell’ottobre 2012. Da allora, in particolare nei due anni seguenti, ho ospitato in più occasioni serate musicali, presentazioni di libri, teatro… Le collaborazioni sono avvenute in base ai contesti che attraverso e agli incontri in occasione talvolta proprio degli eventi ospitati; alcuni criteri di partenza che animavano quello che già era un “laboratorio sulla città dentro e fuori” come il nome “Babylon” poteva suggerire, erano la partecipazione, la condivisione di uno spazio “libero”, un’apertura di dialogo, in una “piazza” un po’ “protetta”. Così si sono realizzati il workshop internazionale di architettura partecipata con Thomas Demetz, la presentazioine di alcuni progetti tra Bolzano e Berlino degli studenti del liceo dove insegno con le insegnati Claudia Rizzieri e Valentina Mignolli insieme alla Fondazione Langer, le Psicomacchine di Sandro Ottoni e Mauro Franceschi con Bz 1999, Gate4 con Arti-colate, a cura di Mike Fedrizzi e Davide Ottoni, le serate con gruppi musicali sperimentali come i Satelliti e altri. 

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“Dall’Atelier alla città” si propone, invece, con “Serendipity”, di instaurare un dialogo tra differenti discipline artistiche alla conquista della città, dello spazio pubblico. In che misura teatro, danza e fotografia si intrecciano nei vostri spazi creativi?

L’atelier ha ospitato nel 2014 la presentazione dell’ultima edizione, la quarta, di CRATere, festival di teatro, arte e umanità con l’associazione culturale Teatro PraTIKo che dirigo. “CRATere atelier” rappresentava questo passaggio alla fluidità… “Dall’Atelier alla città”, dà luogo a due esperimenti “sul confine”: il “NoN” festival al Passo della Mendola, e – attraverso il bando “Serendipity” – il “Macello”, a poche centinaia di metri dal Babylon.
Quest’ultimo, in uno spazio di 300 m2 circa affacciato sulla ferrovia, situato in un quartiere che va ripensato per più o meno imminenti riorganizzazioni legate all’areale ferroviario, ospita la sede bolzanina di Teatro PraTIKo, sede …operativa utilizzata come “incubatore” di imprese creative: i primi giovani progetti residenti sono l’etichetta discografica Phoniricrecords, di Daigoro Vitello con un seguito di musicisti e artisti, l’atelier culinario creativo di Nikitasboat Project, Avghi Martzigas, l’atelier artistico di Elisa Grezzani, il progetto teatrale Conchiglie Rosse teatro di Valentina Parisi e Davide Filippi.

Babylon Bolzano

 L’idea della ricerca senza percorsi determinati e determinanti fa dei vostri percorsi creativi degli autentici laboratori sperimentali. In che modo questi progetti privati comunicano valori pubblici?
 
Il “Babylon atelier”, che solo nella fase più recente ha ospitato – in parte – un festival, come pure il “Macello”, si intendono come laboratori, nel primo caso il modello di base è “l’atelier”, nel secondo forse “la casa”, cercando di riconquistare spazi di relazione gratuita e autentica, facendo le cose perché piace e preparandosi alle – o rifugiandosi dalle – contraddizioni dello spazio pubblico o commerciale. Il primo per la verità, manca di dialogo, di “piazze” e spazi di condivisione, assorbito spesso da una comunicazione istituzionale fatta di spot, brand, frame precostituiti con copioni già scritti. I valori sono pratiche, sono parole vive, emozioni e sentimenti… A questi ci esercitiamo. Dal 21 giugno 2015, data in cui ha aperto il Macello i ragazzi “residenti” che animano il co-working hanno ospitato decine di altri progetti, presentato e “messo alla prova” – prima che in spazi pubblici – idee musicali e letterarie, artistiche in varie declinazioni, con la partecipazione di centinaia di persone. Questa la palestra o il training. Quando funziona, è vero. The rest is silence…

Hai definito l’arte come una Babele rovesciata. Come pensi che le discipline artistiche contemporanee possano, in modo innovativo, coniare linguaggi accessibili?

Scrivevo di una “Babele rovesciata” promessa dall’arte per la mostra in corso al Babylon, “Like a City”, che apre lo spazio ad altri artisti, alcuni amici con cui ho condiviso negli anni recenti percorsi tra arte, teatro, musica. Il riferimento alla Babilonia si estende dalla confusione personale al caos generale della contemporaneità. I temi però sono eterni – caos e cosmos – possibilità di creare spazi evolutivi e di costruzione, apertura e inclusione, collegamenti tra le parole e le cose, o cedere all’ombra delle semplificazioni. Illuminando spazi di percezione anestetizzati l’arte crea valori immateriali, fornisce chiavi e indica porte: qualità della vita, cui a livelli diversi poi diamo il nome di creatività, innovazione…

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All’interno del vostro discorso creativo attribuite grande importanza al contesto urbano. In che modo un artista contemporaneo può trasformarsi in flâneur senza essere inghiottito dalla città?

Walter Benjamin scrive che “Non sapersi orientare in una città non vuole dire molto. Ma smarrirsi in essa come ci si smarrisce in una foresta, è una cosa tutta da imparare”. L’artista si perde nella città, è conoscitore della crisi perché sua intima manifestazione, trasognato o umbratile la percorre come flaneur fino a perdersi completamente e a diventare lui stesso la città… questa la suggestione della mostra “Like a City”. Altra metafora è quella della ragnatela, l’artista tesse una tela al rovescio. Benjamin parla di foresta, potrei aggiungere “rete”… sono temi che mi interessano e che mi occupano anche nel dottorato di ricerca – alla Libera Università di Bolzano  :-)   – in cui arte e teatro offrono strumenti di orientamento, per così dire. 

In fondo la città è essa stessa palcoscenico: il contesto urbano è scenografia, gli abitanti attori. In cosa si differenziano i vostri progetti meta-teatrali dal teatro quotidiano?

La città è palcoscenico se, ad esempio, c’è Dostoievskij che la narra nelle Notti Bianche, allo stesso modo qualsiasi cosa esiste in forme e qualità diverse nella misura in qui c’è uno sguardo. Questo sguardo che si apre è esattamente il contrario di ciò cui la nostra società sempre più ci addestra: la ripetizione, l’abitudine. Sembra forse che dica romanticherie o cerchi la suggestione, ma è molto semplice: in questo momento sono a Londra per la mia ricerca e sto seguendo un corso di inglese. L’insegnante questa mattina diceva che i momenti che ricordiamo, quelli in cui apprendiamo, sono quelli in cui usciamo dalla nostra “comfort zone”, ci esponiamo, siamo vivi… L’arte è tale nella quantità (e nella qualità) in cui fa questo. In musei e teatri talvolta oggetti e persone che vi si trovano, l’esperienza che si fa, va nella direzione opposta. “Meta” per me significa riflessione, che prepara la trasformazione, che c’è ad esempio nel gioco, nell’apprendimento come sinonimo di vita cosciente: l’arte in qualsiasi luogo e momento (e forma) può mostrare questo – cambiarci e cambiare un poco il mondo – o non essere.

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