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September 4, 2015

La (bio)diversità creativa di Stefano Cagol

Allegra Baggio Corradi

Artista eclettico, pensatore trasversale, curatore illuminato dai fasci di luce che ha disseminato ormai un p’ in tutto il mondo. Lui è Stefano Cagol e questa é l’intervista che ci ha permesso di scoprilo in tutte le sue sfaccettature. Cuoco di patate illegali, videoartista foto-sensibile, sofista di prim’ordine, il nostro amico Stefano é dappertutto contemporaneamente. Voi forse non lo vedete, ma guardate bene e qualcosa di suo sicuramente ci sarà.

Stefano, è in corso al MUSE di Trento la tua prima mostra come curatore: Be-diversity. Secondo te un artista-curatore agisce in modo differente da un curatore tout-court? Se si come?

Un artista con una lunga storia lavorativa ha la possibilità di attingere a un bagaglio notevole sia d’esperienza che di conoscenza, sia nell’ambito della ricerca artistica che in ambiti trasversali.Bisogna anche ricordare che molti curatori, tra i più noti, hanno iniziato come artisti. I confini si assottigliano e spesso all’estero la figura di artista e curatore si fondono. In “Be-diversity” gli artisti sono amici che ho avuto la fortuna di incontrare e conoscere negli ultimi anni, e quindi di coinvolgere direttamente. 

3A proposito della mostra: la tua interpretazione di biodiversità sembra guardare all’arte contemporanea come un grande insieme di specie diverse (gli artisti) che lottano per la loro sopravvivenza nel sistema (quello dell’arte) in cui vivono e allo stesso tempo mostrano ai non-artisti come riuscirci. Quale é il tuo ruolo in tutto questo?

Curioso questo modo di leggere la mostra, ma non considero l’arte un acquario da ammirare o per mettere in mostra i meccanismi vitali. Quel che mi interessa, sempre e ancora più in occasione di questa mostra, è che l’arte raggiunga la gente e che l’arte parli di quanto la circonda. Mi fa piacere vedere come il pubblico del MUSE entri nella mostra con naturalezza, senza nemmeno porsi il problema se sia di fronte a opere d’arte. Ne assorbe i contenuti con curiosità. Famiglie intere si entusiasmano, si interrogano, si fermano e guardano. Certo il mio ruolo è stato di scegliere opere da un impatto immediato, che aprono a più approfonditi livelli di lettura, insieme ai dati scientifici su ecologia, biodiversità e spreco che si alternano con le opere nel percorso espositivo.7Il rapporto con l’ambiente occupa una posizione importante nella tua opera. Secondo  l’aterte ha il compito di riattivare il territorio o di mimetizzarsi in esso ingannando lo sguardo di chi osserva per fargli credere che l’opera era già li’ da sempre?

L’opera d’arte pubblica deve poter essere apprezzata da tutti e deve comunicare significati. Quindi credo essenziale che il contenuto sia legato con l’identità del luogo, ma che sia tradotto anche attraverso una soluzione estetica. E’ comunque necessario riuscire a raggiungere un effetto perfettamente equilibrato per realizzare un’installazione permanente, un monumento che possa divenire un classico, ossia non stancare mai e continuare a coinvolgere. Questi aspetti sono ben presenti in “Tridentum” a Trento sud per A22, e anche in “Novus Atlas” all’Istituto Martino Martini di Mezzolombardo. Ma in apparente opposizione s’inserisce ad esempio l’intervento che ho realizzato per SMACH 2015 in Val Badia, un sasso finto in vetroresina che imita perfettamente la natura e che in qualche modo si mimetizza in una natura strabiliante, a 2300 m, proprio in faccia allo stupendo Sass de Putia. Ma qui è proprio questo sparire e l’inserirsi perfettamente nel landscape che rende e apre al significato: una pietra di confine artificiale per segnare i confini, anch’essi in fondo artificiali, creati dall’uomo.

2Il tuo rapporto con la parola. Oltre che giocare con le parole nelle tue installazioni sei anche un prolifico scrittore/ intervistatore. Credi sia importante attivare le opere attraverso le parole o la forza dell’arte é in grado da sola di comunicare senza spiegazioni?

Effettivamente ho iniziato già da una decina di anni a rivolgere interviste ai curatori in occasione della pubblicazione di libri e di progetti (non ho mai sentito il limite della distinzione tra i ruoli dell’arte). Le parole poi sono protagoniste di molte mie opere attraverso scritte cubitali con tubi al neon o impresse sul bianco di furgoni in viaggio, bandiere, spillette e striscioni. Generalmente utilizzo parole singole, copie di parole o termini palindromi. Ma voglio citare uno striscione che ho installato alla sede dell’Università di Lettere di Trento per rispondere alla sua domanda: “Comunicare senza comunicare”. 

8L’impiego delle luci nelle tue installazioni. C’è un significato metaforico, un interesse per il fenomeno fisico o una ricerca più profonda?

La luce mi ha portato molta fortuna. In fondo fa parte del mio DNA perché ho cominciato come video artista e la luce è alla base delle immagini proiettate. Poi l’ho utilizzata in diverse forme, anche innescando fiamme, ma eclatante è stato il faro, una linea di luce lunga una quindicina di chilometri e visibile da molto distante. Per me è come il tratto di una matita, l’utilizzo per tracciare contenuti, per sottolineare significati. L’immagine del raggio sopra Trento per Manifesta 7 ha vinto poi il Premio Terna, e intenso è stato il viaggio verso l’Artico per testare i confini con la luce e attraversarli con il faro, per la partenza ho superato la Diga del Vajont con la luce e il successo di pubblico e in TV è stato nazionale. 

Progetti per il prossimo futuro? 

… C’è moltissimo.

Sul fronte del progetto/mostra/piattaforma “Be-diversity” al MUSE di Trento presto ci saranno due appuntamenti salienti e molto interessanti.

Il 19 settembre alle ore 17 nel salotto all’interno del percorso espositivo ci sarà l’incontro con Jota Castro, artista e curatore eccezionale, di origini peruviane, e il giovane Alessandro Castiglioni, curatore al MAGA di Gallarate. Per la Notte europea dei ricercatori, il 25 settembre alle ore 18, provvederò personalmente alla raccolta delle patate “illegali” coltivate in mostra da Åsa Sonjasdotter all’interno del suo progetto decennale “The order of potatoes”. Sono infatti patate escluse dai circuiti economici in minaccia della biodiversità. Quella sera le cuocerò e le condividerò con il pubblico. Vi aspetto!

Se guardiamo invece all’immediato… 

4Sabato 5 settembre, dalle 11 alle 17, realizzerò un’azione al Kunstmuseum di Bochum in Germania, dove sono stato in mostra tutta l’estate nella mostra dei primi dieci vincitori del premio Visit 2010-2015. La mia performance sancirà il finissage dell’esposizione: http://kmb.next-index.de/ausstellung-veranstaltung/details/the-body-of-energy/

Al museo di Bochum ho presentato “TBOE The Body of Energy (of the mind)”, il corpo dell’energia, un progetto che mi vede impegnato da un anno e che ho sviluppato appunto in quanto vincitore del premio VISIT della fondazione tedesca RWE. Per sei mesi ho viaggiato alla ricerca di scambi di energia realizzando interventi in dieci musei europei, poi ho raccolto i risultati in un libro presentato alla Biennale di Venezia con il Padiglione Tedesco. Utilizzavo una telecamera a infrarossi per visualizzare simbolicamente l’energia. Ora presenterò TBOE in una mostra personale a Berlino nel nuovo spazio istituzionale CL60 Collaboratorium für Kulturelle Praxis di Moritzplatz a Kreuzberg in novembre e dicembre. In questi mesi sarò a Berlino anche come artista in residenza presso Momentum. 

http://www.stefanocagol.com/

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