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March 20, 2015

Orchidee sul palco dello Stabile: colloquio con Pippo Delbono

Mauro Sperandio
Dal 19 al 22 Marzo il Teatro Comunale di Bolzano accoglie Orchidee, l’ultimo spettacolo di Pippo Delbono, un testo carico di emozioni che parla di morte, di abbandono, di vuoto, ma anche di impegno, ricerca di nuova pienezza e soprattutto di verità.

Questo che segue è il testo della mia intervista a Pippo Delbono, le mie domande, le sue risposte. Solitamente le interviste vengono introdotte da alcune note personali riguardo l’intervistato, i suoi modi, le sue pose, ma non è questo il caso.Il mio incontro con Delbono ha generato due livelli di interazione: l’intervista all’Artista Delbono e il colloquio con il Signor Pippo. Non ometterò alcuna parola, sia chiaro, ma non farò menzione di quanto Pippo non ha detto, ma significato. Il professionista serio, alchimista di immagini, parole e suoni, l’artista che non lesina immagini fortissime e personalissime, è persona di una grande umanità composta, non trattenuta, mai fuori dalle righe. Con rispetto per questa dimensione dell’uomo, questa è l’intervista all’Artista:

“L’orchidea è il fiore più bello ma anche il più malvagio, mi diceva una mia amica, perché non riconosci quello che è vero da quello che è finto. Come questo nostro tempo.” Parliamo di Verità. Si è nascosta oppure gli uomini del nostro tempo l’hanno nascosta?

Gandhi diceva che la vera arte nascerà quando impareremo ad amare la bellezza della verità. Allo stesso modo si potrebbe parlare della politica e della fede, ambiti in cui la verità si è persa. Pensi alle tragedie legate ad una religione che è diventata un’esasperazione di una non verità, pensi a come -attraverso ideologie e dogmi- si sia giunti al delirio, alla follia, alla morte. L’aspetto spirituale della vita dovrebbe essere il luogo supremo della verità, il luogo dove si svolge il confronto tra i momenti della nascita e della morte, dove scavare in profondità alla ricerca della Verità. Nascondendo la verità, nascondendo la morte, si nasconde anche la vita. Il tabù della morte è sempre più forte, si parla continuamente di morti, ma di morti uccisi in modo spettacolare; la morte non è mai occasione per prendere coscienza della nostra esistenza.
Pippo Delbono Bolzano

Parlando del rapporto con sua madre, lei racconta di un giovanile distacco e di un successivo ritorno; questa cesura nel rapporto tra genitori e figli è molto diffusa. Cosa accade nel momento del ritorno?

Al funerale di mia madre mi avvicinò un signore dicendomi: <<Guardi che sua madre era una grande donna, una volta mi disse:”Sono orgogliosa di mio figlio, ma non sono ambiziosa. Sarei ambiziosa se mio figlio avesse fatto tutto quello che gli ho detto di fare e ne fossi felice. Lui invece ha fatto tutto il contrario di quello che gli ho suggerito, su tutto, in tutti gli aspetti della vita. Però ce l’ha fatta e questo mi rende orgogliosa”. Mi fa molto piacere che mia madre abbia pronunciato quel “Ce l’ha fatta”. Mia madre era maestra elementare e paradossalmente -in maniera forse inconsapevole- mi ha spinto a darle torto. C’è bisogno dei “genitori cattivi” contro cui rivoltarsi, la rivolta però è anche amorosa,”chi cambia sé stesso cambia il mondo”, si tratta di una rivoluzione umana. Anche nel distacco il genitore rimane un riflesso della nostra storia, siamo nati da quell’utero, un qualcosa di quel padre e di quella madre che rifiutiamo è dentro di noi, e di questo fatto abbiamo coscienza.Con il passare degli anni ho visto mia madre chiedermi dei consigli, ad un certo punto sono diventato più genitore io di lei che lei di me, soprattutto con l’avvicinarsi del momento finale.

Come concilia l’intimità del ricordo di sua madre con la pubblicità che le ha conferito inserendola nei suoi spettacoli?

Quando decido di fare entrare mia madre nei miei spettacoli, ella cessa di essere mia madre e diventa La Madre. E’ la madre dipinta da un pittore che la ama molto ma che guarda a lei per inseguirne i colori, le caratteristiche. In Sangue (film del 2013) è inserito un filmato in cui le tengo la mano nel momento in cui è morta. Quella registrazione era sicuramente l’ultima cosa che avrei pensato di poter fare, improvvisamente, però, mi è montato un atto di ribellione e, lasciandomi andare nel dolore, mi sono detto: <<Vabbè, osserviamola, la madre che se ne va, osserviamola. Comunque la morte è un fatto che appartiene alla vita>>. Quando poi ho rivisto il colore e la poesia dell’immagine, mi sono detto che questa cosa andava bene, diventava arte, poesia, una cosa che mi lasciava, non era più di Pippo. In Sangue, attraverso mia madre, parlo della morte, tramite lei vado ad aprire una fessura su quegli anni di cui non si dovrebbe mai parlare, quel periodo in cui si uccideva per quegli ideali politici che poi alla fine si sono dissolti. In questo modo la madre continua ad essere viva.
Vedo la questione sempre da un punto di vista poetico, non psicologico. La mamma che mi manca è quella che vorrei chiamare alla domenica, perché mi fa gli spaghetti o i ravioli. La mamma che viene citata, ricordata è una, la madre che non è nemmeno solo la mia, sono le nostre madri.

Forse la scelta di mostrare gli ultimi istanti della vita di sua madre ha generato tanto scalpore per l’immediatezza dell’immagine cinematografica. Penso a come sia più facilmente accettata la scrittura, anche quando parla di lutti od eventi tragici personalissimi…

Le persone sono abituate a rappresentazioni sempre più lontane dalla verità. Medea, Lolita, Edipo ad esempio, e tutta la trasgressione dei grandi artisti della letteratura teatrale non turbano più, perché rientrano in una raffigurazione “di un certo modo di…”. C’è bisogno di riproporre qualcosa che non sconvolge per sconvolgere, ma che -essendo il teatro un atto d’amore- ricongiunge e non allontana dalla gente.

Lei è buddista e da 25 anni percorre un cammino alla ricerca della consapevolezza, dell’illuminazione. Le sue opere sono considerate oniriche e visionarie. Il suo teatro è una metafora oppure le cose stanno proprio così?

Io compio un cammino, una lotta. E’ fondamentale  per me, per un artista, non dimenticare le battaglie che ho fatto per la vita, per non morire, contro la malattia. Guardo alla verità convinto che essa non c’entri nulla con l’asetticità del naturalismo, anzi. Il cinema vive in una dimensione molto rappresentativa, con i personaggi di una commedia, invece, dobbiamo fare lo sforzo di credere che quella persona sia quel certo personaggio; credo che ciò sia molto affascinante. Per ogni cosa c’è il suo tempo, dice la Bibbia. C’è un tempo per rappresentare le commedie e un tempo per rappresentare qualcosa che c’entra con la non-commedia. Ai nostri tempi tutto è diventato una commedia, ci sono personaggi che non si sa come identificare, c’è un sottotesto continuo. Il mio teatro cerca sicuramente di venir fuori dalla commedia, non ci sono i personaggi che dialogano, non ci sono ruoli a cui il pubblico può guardare. Il mio è quasi un ruolo di guida, c’è un dichiarare, che è molto brechtiano se vogliamo, anche se Brecht stesso può diventare commedia. Brecht però insegna che in tempo di guerra, di Nazismo, bisogna comunque guardarsi in faccia. In un momento in cui siamo circondati da commedie politiche e divine, fino ad arrivare all’ esasperazione in cui si vedono quelle persone uccise dai movimenti dei fanatici religiosi, questo confronto è importante più che mai. Credo che il teatro debba servire a ritornare con i piedi per terra, senza diventare noioso. Il sogno è fondamentale, amo sedermi e sognare, ma voglio pensare che la realtà sia un sogno, non voglio dimenticare mai che sto sognando. E’ questo l’elemento che unisce la visionarietà e il bisogno di realtà. Mi piacciono molto i luna-park: se ti porto nella stanza delle streghe, ho la consapevolezza di vivere una finzione, che cessa nel momento in cui esco e torno al mondo reale.Se invece sono nella stanza delle streghe e penso che sia il mondo reale, iniziano i problemi. La politica, che dovrebbe garantire con concretezza questa distinzione, è popolata da personaggi da commedia che cambiano continuamente opinione e punto di vista: Colpo di scena! Colpo di scena! sembra essere diventata la parola d’ordine.

Karine De Villers e Mario Brenta Pippo Delbono

La sua compagnia è composta da attori segnati dalla disabilità o dalla vita. Crede che il pubblico sia in grado di vedere solo attori e attrici, valutandone le capacità senza condizionamenti?

L’aspetto dell’handicap nella storia della mia compagnia è molto complesso, c’è un ragazzo down, un ex barbone che proviene da una situazione di disagio e un signore -Bobò- che ormai ha 76 anni, sordomuto e analfabeta, e che ha passato quasi cinquant’anni in un manicomio. Per comprendere la loro presenza sarebbe da ridiscutere il concetto di bravura. Bobò è il protagonista insostituibile di più di una decina di spettacoli, di sette film e di un’istallazione a Parigi. Crede che io scelga lui perché sono buono? Io non conosco nessun attore che può permettersi una simile presenza scenica, straordinaria, unica. E’ un uomo che riesce ad avere una forma catalizzante assolutamente straordinaria. Le Monde di lui ha scritto: “Non avevamo mai visto una Cavalleria rusticana con un unico figurante protagonista: Bobò”.In principio si poteva parlare anche della questione handicap, ora si può dire in maniera oggettiva che questa è una storia grande. Bobò, messo a lavorare accanto ad un attore del calibro di Michael Lonsdale, non solo non sfigura, ma è in grado di raggiungere delle sfere superiori di espressività.L’esito del confronto è stato del tutto non scontato.

Come valutare, dunque, questa bravura, come si manifesta questo concetto oltre la tecnica?

La bravura per me è la capacità di comunicare con gli esseri umani. Non solo con gli abbonati di un teatro che vanno a vedersi lo spettacolo, ma con gente del Trentino-Alto Adige, della Calabria, dell’Italia, dell’Africa, dell’Argentina, con i profughi, i sordi,i muti ed i ciechi. Bobò ha questa capacità di comunicare col suo non parlare, con il suo corpo. Lo stesso vale per gli altri due, Gianluca e Nelson, il mio lavoro è consistito nel dare loro degli strumenti tecnici. Lavorano con me da 18 anni e sulla scena sono terribilmente precisi, senza concessioni nei confronti dell’improvvisazione -lo dico con orgoglio- devoti alla ritualità, alla ripetizione che sono centrali nel teatro. Questi attori hanno la capacità unica di farti vivere anche un solo gesto come fosse compiuto per la prima ed ultima volta, lì, in quel teatro, per te. Anche se questo non è vero, perché quel gesto è stato ripetuta più di cento altre volte.

Permetta il parallelo musicale. Il pianista classico Glenn Gould era solito cantare durante le sue esecuzioni, diceva che il canto sopperiva all’incapacità del pianoforte di esprimere le sue “idee musicali”. Nei suoi spettacoli -che scrive, dirige ed interpreta- lei è spesso presente come voce fuori campo…

Nei miei ultimi due spettacoli ho aumentato i miei interventi fuori scena, mi piace la dimensione dell’ascolto quasi”radiofonico” e poi, a dire il vero, mi piace il fatto che la gente sia portata ad immaginare il personaggio, cosa che viene molto limitata dall’immagine esplicita. Alla radio la voce mi porta, lasciandomi comunque la libertà di fare il mio personale viaggio. Durante il mio spettacolo la gente mi può vedere, mi confondo tra il pubblico, ma non sono sul palco. Le persone che sentono questa voce, però, vivono un loro percorso, e questo mi piace. Non ti impongo anche la mia faccia, guarda un po’ dove vuoi, chiudi anche gli occhi.
Il teatro ti lascia un po’ solo, ti permette di vivere la tua vita, fare le tue cose.Le immagini poi ci sono, sono molto presenti, filmiche, cinematografiche. Il palcoscenico è piccolo, la sola parola, la sola musica, la sola immagine non basterebbero. Attraverso vari linguaggi si riesce non dico a cogliere la verità, ma ad osservare le cose a 360°, si riescono a cogliere più squarci di verità, squarci dico, non la Verità.

I suoi spettacoli sconfinano spesso tra pubblico e privato, tra quello che si può dire e quello che non si può dire, come fa a non ferirsi?

Per fortuna c’è il Pippo di natura timida, che non ha tanta voglia di raccontare i fatti suoi, un Pippo pauroso. Poi, però, quando apro quella valvola nello stomaco -io me la figuro proprio come una valvola-, mi libero dai freni inibitori della paura e della mente e parlo col cuore. Dal cuore nasce la necessità di raccontare queste cose senza ascoltare le paure della mente. Come dico citando “l’essere o non essere” shakespeariano: è la nostra mente che trattiene le parole del cuore.
Aver parlato della mia malattia non è stata una scelta facile; quando qualcuno che mi conosce da poco va a guardare in internet, scopre subito che sono sieropositivo, però, visto che di salute sto molto bene, diciamo che la cosa mi ha portato fortuna… Il fatto che io artista parli di omosessualità, di AIDS dà un senso profondo al mio essere qui. Se non lo faccio io che sono artista, chi lo deve fare? Un ragazzo che vive nel paesino della Liguria o del Trentino? Sappiamo benissimo com’è il nostro paese: dire che sei omosessuale ti pone automaticamente ai margini. Non c’è ancora un riconoscimento delle unioni civili, l’influenza della Chiesa è fortissima, non si può parlare di AIDS, una malattia che grazie alla medicina viene ormai “congelata”, ma che si porta ancora appresso delle grandi implicazioni morali.
Vedo gente che vive nell’alienazione e nella solitudine e li capisco. Io che sono artista e che ho la possibilità di girare e il privilegio di potermi far sentire, ho il dovere di aprire dei piccoli varchi, di farmi sentire.
Il senso del mio buddismo è questo. Il mio essere religioso è molto pratico: il processo di illuminazione è un cammino che passa attraverso l’impegno nella politica, nei confronti degli altri, nel cambiare le cose nell’agire, non nel rifugiarsi in cima alla montagna. Lo star bene è quando riesci a cambiare qualcosa intorno a te, stare in mezzo al mare in una barca a vela mi procura piacere ed è senz’altro importante, però il mio senso religioso è molto vicino al senso politico. Cambia te stesso e cambierai il mondo, in questo rapporto ha senso il fatto di prendere la propria biografia e metterla in scena facendola diventare arte.

Da Giovedì 19 (ore 20:30) a Domenica 22 Marzo, ore 16:00, Teatro Comunale di Bolzano (Sala grande) “Orchidee”, testo e regia di Pippo Delbono.

Foto: Karine De Villers e Mario Brenta

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