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September 18, 2014

People I Know. Alejandra Deaza Silva: da Bogotà a Bolzano, con la moda nei pensieri

Anna Quinz

Da Bogotà, Colombia a Bolzano, viaggio solo andata. Questo il percorso di Alejandra Deaza Silva, 34 anni, costumista e fashion designer. Come tanti è arrivata in Alto Adige – ventenne – per amore, e dopo 14 anni è ancora qui, dove lavora come aiuto costumista al Teatro Stabile di Bolzano e collabora con Akrat, una cooperativa che si occupa di recycling nell’ambito della moda e del design. La moda è da sempre una passione per Alejandra, coltivata fin dalla tenera età quando la nonna, in Colombia le ha insegnato a cucire. Da qui gli studi in design, prima a Bogotà poi alla Facoltà di Design e Arti bolzanina. Di seguito, un corso specialistico a Padova per la formazione tecnica e pratica nella modellistica in abbigliamento, dove per 2 anni ha imparato tutto sulla produzione di moda, dalla costruzione del cartamodello, la confezione, fino al prodotto finito. Da lì sono proseguite le esperienze nel settore, per esempio alla Salewa. Grazie a questa esperienza e alle tante persone conosciute, ha iniziato a produrre abiti e venderli attraverso i social network e il passaparola. Mamma orgogliosa di una bimba di 8 anni, Alejandra è oggi una donna felice dei percorsi e dei traguardi raggiunti, capace ancora di sognare in grande.

Alejandra, puoi spiegare meglio cos’è Akrat e quale il tuo ruolo nel progetto?
Akrat è una cooperativa bolzanina che lavora alla realizzazione di prodotti di design attraverso il riciclo di oggetti usati, dando loro nuova vita. Nella cooperativa ci sono 2 officine: una di falegnameria e una di sartoria. Inizialmente l’officina di sartoria era formata da un piccolo gruppo di volontarie che cuciono a livello amatoriale. Dunque il progetto – secondo le linee guida del suo ideatore Peter Prossliner – non era ancora abbastanza sviluppato in termini di design. Quando io sono entrata nel team, ho cercato di dare degli input per orientare l’officina al design, per costruire una linea di prodotti di abbigliamento e accessori, utilizzando stoffe e abiti usati che possano così rinascere e rinnovarsi. Da questo mese si concretizzerà nella cooperativa il lavoro di direzione artistica condivisa – tra Peter Prossliner, Simone Simonelli e me – per dare un indirizzo chiaro al progetto, affinché possa posizionarsi nel settore del design.

Più in generale, quali i tuoi sogni e progetti futuri?
Il progetto/sogno per il futuro – che affonda le sue radici nella mia infanzia – sarebbe quello di avere una mia linea di moda. Certo in Italia – terra leader nel settore – non è semplice, anche in termini economici, farsi strada come singolo e come piccolo produttore. Per ora cerco di fare esperienze diverse per chiarirmi idee e per avere un bagaglio di conoscenze prezioso, così da essere pronta quando dovesse presentarsi l’occasione di trasformare il sogno in realtà. Comunque sono felice di quel che sto facendo: imparo molto, sia dal lavoro che soprattutto dalle persone con cui lo condivido.

Spesso si parla della Colombia, la tua terra di origine in termini non lusinghieri: terra pericolosa, con una grande criminalità… verità o stereotipo?
Finché io sono stata lì, onestamente, non ho mai avuto problemi. Anche se ho viaggiato moltissimo, perfino in luoghi conosciuti per essere molto pericolosi. Per esempio sono andata da Bogotà alla costa caraibica, un percorso che nessun fa normalmente, temendo pericoli e brutte avventure. Ovviamente c’è criminalità anche in Colombia, ma come ovunque, e anzi – secondo me – forse ce n’è anche di più in altri paesi. È più un cliché costruito intorno alla Colombia. La vita a Bogotà può essere davvero bella. È una città molto cosmopolita, c’è gente di tutto il mondo, università immense dove si vive di continuo lo scambio tra studenti internazionali e dove si creano continuamente nuove culture e subculture. È una città molto caotica ma questo è anche il suo. Forse è perché sono nata lì e sono abituata a questo caos, però devo dire che a me piace e manca molto.

Dalla caotica Bogotà alla tranquilla Bolzano…
Bolzano non è stata una scelta e forse se il destino non avesse messo il suo zampino non sarei mai venuta qua. Ma poi – come spesso nella vita – è stato un continuo trovare una cosa dietro l’altra e questo mi ha tenuta qui: prima l’università, poi gli amici, il lavoro… e così la catena di casualità è stata il collante tra me e Bolzano. Per dove sono nata e per come sono fatta, non sarebbe certo stata questa la mia prima scelta, ma ormai negli anni mi sono abituata. Qui ho costruito un mio mondo, e ci vivo bene.

Tua figlia come vive il suo essere altoatesino-colombiana?
Mia figlia è nata qui ma ha già introiettato fin da piccola la cultura colombiana. Prima di tutto la lingua, poi il racconto di quel paese, attraverso le immagini e il dialogo con persone colombiane, via skype. È stato naturale trasmetterle tutto quello che fa parte di me. Sono molto contenta di quel che sta diventando: studia alla scuola tedesca, parla perfettamente lingue ed è molto consapevole di chi è, del fatto che è nata qui ma che le sue origini sono diverse. Lo vive come una ricchezza e questo mi inorgoglisce molto.

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