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June 3, 2014

TobeUs, Matteo Ragni e le care vecchie macchinine, ma con una marcia in più

Anna Quinz

Essendo una donna, sono cresciuta giocando con le bambole. Però ho 5 nipoti, tutti maschi, e dunque conosco molto bene il valore che l’oggetto macchinina ha per un bambino. Ma perché parlo di macchinine? Perché al momento (fino al 6 giugno, quindi datevi una mossa) nel foyer dell’Università di Bolzano, c’è una mostra che mostra proprio questo oggetto così amato, conosciuto, desiderato (dai più piccoli), ricordato con affetto (dai grandi). Non sono macchinine comuni però quelle che vedrete alla Lub. Innanzitutto sono tutte in legno. E sono tante. E sono belle. E sono create con pochi tagli progettuali da designer pazzescamente celebri, da designer un po’ meno celebri, da studenti aspiranti designer.

1Il tutto accompagnato da un nome che da solo dice tutto: Matteo Ragni. Un nome che parla di design ad altissimo livello, di made in Italy, di idee progettuali e di oggetti che segnano la storia e la fortuna del nostro design nazionale.

3Dunque, macchinine, università, Matteo Ragni. Un terzetto che a Bolzano porta una progetto di mostra che non è solo una mostra, oggetti che non sono solo oggetti, giocattoli che non sono solo giocattoli. Per saperne di più su TobeUs e TobeUs 100% (questo il nome del progetto di cui stiamo parlando), vi lascio alla parole dello stesso Ragni, che bene lo raccontano, in tutte le sue componenti: progettuali, espositive, emotive, etiche.

6Matteo, perché un designer come lei decide di lavorare sulle macchinine? C’è una motivazione biografica? E poi, come e perché TobeUs?

Quando un designer diventa papà, cerca di risolvere i problemi che lo toccano più da vicino e questo è, molto banalmente, anche il mio caso. Io ho 3 figli e quando è nato il primo mi sono accorto che la casa diventava una sorta di discarica di giocattoli, di quelli che comprano le nonne o solitamente le suocere. Questo mi ha dato da pensare, perché un designer che pensa di migliorare le cose e il mondo, quando diventa papà si accorge che gli si apre davanti un universo fatto di passeggini e giochi… la dose è rincarata quando è nato il secondo figlio, Tobia.

7A quel punto ero un po’ in crisi mistica, avevo voglia e bisogno di cambiare le cose ma non trovavo riscontro nel mercato, se non in poche aziende attente a creare giochi duraturi. Così ho scritto un articolo su una rivista di design, con un appello ai nonni, ma poi di conseguenza anche ai genitori e ai bambini. S’intitolava “il regalo che vorrei” ed era un’esortazione ai nonni a comprare a Natale giochi non grandi e colorati ma che durassero nel tempo. Quest’articolo ha avuto molto riscontro, tra amici, ma anche tra gente che non conoscevo e che mi chiedeva dove comprare questi giochi, visto che avevo anche fatto il disegno di una macchinina indistruttibile, in legno. Al che ho preso coraggio e una buona dose di pazzia e ho registrato il marchio TobeUs, un manifesto che incitasse le persone a usare i giocattoli: to be us viene da Tobia, il figlio che mi ha dato lo stimolo, ma anche da to be used, oggetti usati per diventare altro da se dopo l’uso, oggetti di legno che col tempo vengono levigati, come un sasso di fiume. Questo mi ha dato modo di iniziare un percorso da designer/imprenditore e mi ha dato modo di essere visibile con una collezione di macchinine che aveva una caratteristica particolare: già nella fase di progetto erano un gioco, con regole da rispettare. Le macchine di TobeUs infatti sono tante e diverse tra loro, ma il ceppo di legno di partenza è unico e con una sola linea ipotetica di taglio, ogni designer o bambino può progettare la sua. 

8Le macchinine TobeUs sono bellissime, e di certo di questo gli adulti si accorgono subito. I bambini però – che sono i veri destinatari del progetto – come le accolgono? I bimbi di oggi non sono più molto abituati ad oggetti simili…

Il gap generazionale c’è, i nostri figli sono nativi digitali, per loro vedere un oggetto in legno non verniciato e per di più con un profumo è una scoperta incredibile. Ma lo è anche per noi che forse abbiamo avuto qualche gioco in legno, ma chi come me è nato negli anni ‘70 è figlio della plastica e non ha una memoria storica in questo senso. La cosa bella è che sia i nonni che le nuove generazioni fanno una sorta di paragone con gli oggetti che ci circondano oggi. Se compri una sedia in legno spesso è così verniciata che potrebbe essere in plastica e non senti il profumo del materiale, che è una cosa fondamentale per un gioco didattico. Dunque, l’approccio del bambino è di stupore per un oggetto che è fuori dal coro, una sorta di astronave preistorica. Una cosa divertente è che è concesso scarabocchiarci sopra. Non essendo verniciate, i bimbi sono incitati a scriverci e disegnarci sopra, vengono fornite con una carta vetrata che è una sorta di gomma e a furia di utilizzarla le macchinine cambiano aspetto, lo spigolo si consuma e così via. Dal punto di vista dei genitori, quelli con un occhio più attento alla sostenibilità, è un po’ un manifesto da condividere. Una di queste macchine ha un costo triplo rispetto a quelle importate dall’oriente, ma si presuppone che duri tutta la vita.

11Valori e concetti importanti, nascosti dietro a quella che sembra “solo” una macchinina.. 

Il concetto che mi ha mosso in questo progetto è che al posto di regalare un Rolex quando si laureerà mio figlio, gli regalerò la macchinina che lui usava da piccolo, e lui magari la regalerà a suo figlio. Quindi, non consumare oggetti, ma tramandare valori. E i valori si tramandano ai figli aiutandoli a capire quale è il percorso che un prodotto fa, che non è solo “uso e getto”, ma “uso e riuso e mi affeziono a quel che mi circonda”. Una logica banale, ma che può essere usata con tanti altri oggetti. Utilizzando il giocattolo e la forma archetipa della macchinina, il gioco è più facile, perché entra nelle corde delle persone che magari hanno usato la macchinina nella loro infanzia, e che così le danno un valore diverso. Valore che è anche in ogni azione futura che faremo. Magari prenderemo in considerazione di acquistare oggetti duraturi e non che costano poco per risparmiare adesso: comprando 10 macchinine mi posso permettere una macchina TobeUs, che però dura 10 volte tanto. Il vecchio detto “chi più spende meno spende”.
E poi ci si affeziona alle cose… I miei figli non vivono nella giungla, hanno l’Ipad, guardano i cartoni… bisogna trovare un compromesso, raccontare ai figli e anche a noi stessi che c’è un altro modo di concepire il consumo degli oggetti. E questo fa parte di un percorso di crescita ed educazione che abbiamo il diritto e il dovere di trasmettere alle generazioni future. Non voglio sembrare esagerato, è chiaro che sono dei giocattoli, però dietro a questo gioco c’è un manifesto etico.

16Le macchinine sono progettate da un grande numero di designer, anche famosissimi. Ma a Bolzano in mostra anche quelle ideate dagli studenti della Lub. Come funziona il processo di coinvolgimento, dei designer da un lato, degli studenti dall’altro? 

Il progetto è semplice: siamo partiti come un atto di cuore a fare una piccola produzione con macchine disegnate da me e da 2 miei colleghi. Dopo qualche anno ho esteso l’invito a nonni designer, a maestri del design che erano nonni, per dare più autorevolezza al messaggio e perché volevo che si espandesse l’idea di condividere manifesto etico del consumo. Questi personaggi, uno fra i tanti Mendini, mi hanno regalato la loro linea di macchina. Poi nel 2012 ho invitato 100 designer internazionali anche molto famosi, per esempio Mario Botta, e li ho coinvolti in una mostra dove venivano presentati dei prototipi che sono poi diventati un libro, e una mostra itinerante. Poi la mostra – sponsorizzata da Alessi – è andata a Toronto l’anno dopo dove sono stati invitati 10 designer canadesi a produrre macchinine con legno autoctono. Poco tempo fa si è conclusa la mostra a New York, con 10 designer newyorkesi che hanno usato legno di scarto recuperato dall’uragano Sandy. Ogni volta che andiamo in un paese nuovo, ci affidiamo a falegname locale, designer locali, usiamo legno locale, e la mostra diventa sempre più grande. Ora siamo a circa 150 macchinine.

15Nel sito c’è anche una sezione dove chiunque può caricare la propria idea macchinina: WannabeUs. Da qui abbiamo deciso di condividere il progetto – con un momento di riflessione, la mostra, e di progettazione – anche a Bolzano, lavorando ad un workshop con Kuno Prey e gli studenti della Facoltà di Design dove ho insegnato per qualche anno. Nella mostra, anche in quella bolzanina, è difficile distinguere tra le macchine progettate dagli studenti o dai designer noti e questa non-discriminazione del giovane per me ha un grande valore: non è il nome del designer che fa la differenza, ma l’attitudine con cui si progetta.

 

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