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May 19, 2014

Anita QuattroEver #09. La verità di oggi sull’essere padre

Felix Lalù

Ho fatto molto per questa criatura. L’ho concepita intanto. Non che c’abbia messo molto, ma un dono di un milione di spermini tra cui sceglierne uno a caso non mi pare poca cosa. Per lei ho rinunziato al sonno, alla socialità, al godere delle ore notturne ma soprattutto alle tette. Conosco l’odore di tutte le sue cacche. Per qualche mese ho fatto anche il fluffer (se sei una donna o un eunuco ecco cosa fa il fluffer). In quel periodo l’opera di addormentamento era una lenta e delicata operazione militare il cui scopo era far crollare Bonucci (se non sai perché la mia creatura venga chiamata Bonucci leggi qui, discreto pubblico): la mia funzione era di ninnare una Bonucci piangente finché crollava dalla stanchezza. In quel momento entrava in azione la mammona che le dava il tenero colpo di grazia e Bonucci stramazzava a letto per qualche minuto (o nel migliore dei casi, qualche ora, ma era già qualcosa).

Non mi sembra di aver fatto chissaché, ma neanche poco. Il minimo che mi aspetto è che mi chiami per nome. Nell’attesa di questo momento ho riflettuto per mesi su quale fosse il corretto appellativo per il mio ruolo parentale.

Papà è troppo comune. Non perché sono snob, è che quando chiamerà papà al parco perché la stanno violentando dietro una siepe si gireranno in tanti e nessuno andrà, dando per scontato sia la figlia di qualcun altro.

Padre non mi dispiace, ma dovrei condividerlo coi preti e fa brutto.

Voi potrebbe starci, in fondo mio nonno dava del voi a suo padre, ma facciamo che no.

Padrone mi darebbe un tono, ma ho lottato tutta la vita per mantenere un profilo col minimo carico di responabilità e recedere ora sarebbe una tragedia.

Babbo è carino, riempie la bocca, ma si può confonderlo con babbo di minchia e una mocciosa che mi da del babbo di minchia per anni potrebbe convincermi che lo sono.

Quindi ho optato per papone, che è come Chris chiama suo padre Peter Griffin, che è il mio modello di padre, ma più grasso. 

La decisione è presa, sarò papone, o meglio sarei papone, se si decidesse a chiamarmi. Perché nel frattempo ha iniziato a chiamare le cose.

Mamma è mamma.

Tata è la bambola.

Tete è il cane di mia sorella, Tender, che si ostina a guardare dalla finestra.

Di una qualunque espressione per chiamarmi neanche l’ombra. 

Ma cosa ti costa, figlia mia? Cosa ho fatto per meritare questo? 

Arrivare dopo la mamma e la bambola ci sta, ma dopo il cane no. Essere chiamato dopo il cane è essere l’ultimo degli stronzi.

La verità di oggi è che essere padre a volte è essere l’ultimo degli stronzi.

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