
Titolo originale: Old Boy
Regista: Spike Lee
Di cosa parla: un uomo dissoluto e squallido, Joe Douchett, viene rapito da uno sconosciuto e tenuto prigioniero in una stanza senza finestre; unico contatto con il mondo, la televisione. Dopo vent’anni, il suo carceriere lo libera e gli propone un crudele patto.
Cosa spacca: è difficile trovare qualcosa nel film che gli meriti un punteggio decisamente positivo. Pur avendo guardato il film con la consapevolezza di chi, avendo amato molto l’originale coreano sa che non può e non deve aspettarsi lo stesso tipo di opera, è difficile trovare un punto di forza assoluto.
Cosa fa schifo: Alcune scene sono realizzate come omaggio al film di Park Chan-Wook, ma risultano quasi ridicole portate nel contesto di una metropoli americana.
Il personaggio di Joe Douchett è dotato di poca profondità. Passa da manager fallito a feroce assassino, senza le sfumature ed il dramma interiore che la vita di eremitaggio forzato avrebbero dovuto tracciare in lui.
L’epilogo, inoltre, è permeato da un moralismo che non si ritrova né nell’originale fumetto giapponese di Garon Tsuchiya e Nobuaki Minegishi, né nell’opera di Park Chan-Wook, che a tale fumetto direttamente si ispira. Un finale tragico perché fondamentalmente perbenista.
Menzione speciale: a Spike Lee per essere riuscito a creare l’ennesimo remake che ci fa rimpiangere l’originale.
Consigliato a chi: non ha amato il film di Park Chan-Wook né conosce il fumetto. Un film di cui non si sentiva la necessità.
Voto ponderato: 4