La materia di cui son fatte le città #01. Definizione, un tentativo

La città, fatta di spazi e di tempi, di desideri, di sogni, di affetti, è un organismo complesso la cui realtà si proietta ben al di la dei suoi limiti fisici per porsi prima di tutto come condizione, insieme di situazioni. E’ l’idea di città, prima ancora della sua sostanza a racchiuderne i contenuti, le forme, gli usi. Da qui si partirà alla sua ricognizione, esplorandone le diverse pieghe.

14.05.2013
La materia di cui son fatte le città #01. Definizione, un tentativo

Che cosa sono le città, di cosa sono fatte, cosa fa loro essere ciò che sono? Queste domande ci guideranno attraverso una serie di ricognizioni che percorreranno luoghi, atmosfere, racconti, pensieri, modelli, visioni. Comincia quindi da qui, parafrasando William Shakespeare[1], un percorso attraverso l’idea e la sostanza di città.

Quando si parla di città, ciascuno di noi vede scorrere attraverso la propria mente immagini diverse: New York, Parigi, Roma, Venezia, anche Bolzano. Ciascuno di noi ha una propria idea di città grande o piccola che sia, disseminata di storia oppure giovane e piena di grattacieli, immagini che ci attraggono o ci respingono. C’è chi detesta la città, preferendole la residenza rurale o il sobborgo, c’è chi la ama visceralmente, ne ama gli spazi compressi tra alti edifici, la folla che vi fluisce attraverso, oppure chi preferisce situazione a metà strada, cittadine, come Bolzano, dove il paesaggio irrompe  dall’alto dei monti che la circondano, attraverso le viste emergenti tra i fronti degli edifici e le aperture delle piazze o attraverso  il nastro ecologico del Talvera.

La prima ricognizione comincia dalla definizione stessa di città, dall’evoluzione della denominazione di questo oggetto complesso.

L’enciclopedia Treccani on line definisce la città quale “Centro abitato di notevole estensione, con edifici disposti più o meno regolarmente, in modo da formare vie di comoda transitabilità, selciate o lastricate o asfaltate, fornite di servizî pubblici e di quanto altro sia necessario per offrire condizioni favorevoli alla vita sociale[2]. Si parla di estensione, di edifici,  di reti di viabilità, di servizi pubblici e di vita sociale. Poco oltre aggiunge che “il concetto di città è legato a quello di una molteplicità di funzioni di varia origine e indole, economiche, sociali, culturali, religiose, amministrative, sanitarie, ecc., riunite in un solo luogo e per tale ragione non è condizionato dal numero degli abitanti“, quindi non più solo servizi pubblici ma molteplicità di funzioni, non più solo di centro abitato di notevole estensione ma anche di luogo non condizionato dal numero degli abitanti, cadendo in una sottile ma significativa contraddizione che in fondo tanto contraddizione non è.  Sembra paradossale, certo, una cosa è o non è, ma si tratta in di un paradosso che si dissolve osservando  l’origine della parola “città”.

Città deriva dal latino civitas che designa contemporaneamente la condizione di cittadino/a e l’insieme dei cives, dei cittadini e dalla quali derivano anche altri concetti, quale ad esempio “civilità”, mentre la città romana si definiva urbs che, a differenza  di civitas,  esprimeva un luogo fisico, spazialmente delimitato da mura talmente importanti nella loro azione di tracciamento del margine da richiedere particolari rituali, ogni volta quando questi margini dovevano essere portati un po’ più un là, perché la città era cresciuta ed aveva incluso nuove parti di campagna[3]. La figura di Romolo che con l’aratro traccia i confini della Roma nascente non è semplicemente un brano da sussidiario della scuola elementare, è invece parte di un rituale complesso che celebra e sancisce una diversa identità di quel luogo specifico, sottratto al mondo caotico di un territorio privo di ordine.

Tra la fine dell’impero romano e la contemporaneità succede che, attraverso la traslazione della denominazione da urbe a città, l’insieme dei cittadini/e prende concettualmente il posto dello spazio fisico. Lo spostamento di accento è fondamentale perché evidenzia che la città, prima ancora che di volumi costruiti, di strade, di servizi e funzioni, è fatta di chi la abita, la vive, costruendo e rinnovando ogni giorno fitte reti di relazioni tra persone per raggiungere il culmine nella città post-industriale nella quale i rapporti basati sui modelli di produzione della città industriale sono stati sostituiti da modelli a rete, basati sulle relazioni.

“A Ersilia, per stabilire i rapporti che reggono la vita della città, gli abitanti tendono dei fili tra gli spigoli delle case, bianchi o neri o grigi o bianco-neri a seconda se segnano relazioni di parentela, scambio, autorità, rappresentanza.  Quando i fili sono tanti che non ci si può più passare in mezzo gli abitanti vanno via: le case vengono smontate; restano solo i fili e i sostegni dei fili.
Dalla costa d’un monte, accampati con le masserizie, i profughi di Ersilia guardano l’intrico dei fili tesi che s’innalza nella pianura. E’ quello ancora la città di Ersilia, e loro non sono niente. (..)”[4]

La città è prima di tutto condizione, sequenza di avvenimenti, intreccio di relazioni, sovrapposizioni di geografie personali ed è ciò che andremo ad esplorare.



[1] “Siamo fatti anche noi della materia di cui son fatti i sogni; e nello spazio e nel tempo d’un sogno è racchiusa la nostra breve vita. ” William Shakespeare, La tempesta, Prospero: atto IV, scena I.

[2] http://www.treccani.it/vocabolario/citta/

[3] A questo proposito suggerisco la lettura de “L’idea di città” di Joseph Rykwert, Adelphi, 2002.

[4] Italo Calvino, “Le città invisibili” Einaudi, 1972
http://smartness.it/wp-content/uploads/2013/01/citta_invisibili_calvino.pdf

 

 
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