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May 9, 2013

“Vita e morte della montagna”: le grandi tematiche esistenziali nella “storia semplice” di uno di noi

Cristina Vezzaro
Presentato al Trento Film Festival, Vita e morte della montagna, il romanzo di Antonio G. Bortoluzzi appena uscito per le Edizioni Biblioteca dell’Immagine di Pordenone, è un romanzo sorprendente, a dir poco.

La storia apre con una lettera di licenziamento, una delle migliaia che in questi ultimi anni sono state distribuite in Italia e altrove nel mondo. La lettera è per Giacomo Casàl, il protagonista del libro, che incredulo, sperduto, dalla città torna in montagna per nascondersi (e ritrovarsi) in una casa abbandonata da tempo e al tempo, ma che racchiude la storia sua e della sua famiglia.

È così che conosciamo Giacomo bambino, e insieme a lui, attraverso i suoi occhi di bambino, ricostruiamo la storia di una famiglia, delle famiglie di quel borgo e di quell’area (vicino a Belluno), che nel 1963 vivevano la tragedia del Vajont, nel 1966, insieme a Firenze e a tante altre città d’Italia superavano non senza strappi un’alluvione, nel 1976 un terremoto, come non bastasse la vita di montagna, già fatta di duri ritmi e lavori di fatica, legati alla natura e agli animali.

In queste dure condizioni, il senso di appartenenza alla comunità è fortissimo. Nessuno rimane indietro se si è in pericolo. Se c’è da uccidere una mucca, tutti si impegnano ad acquistarne un pezzo per aiutare il contadino rimasto senza il latte con cui fare il formaggio. Se il sogno è quello di costruirsi una casa nuova, ci si presta a vicenda ore gratuite di manovalanza nel tempo libero per aiutare tutti a realizzare il proprio sogno. Una piccola società di mutuo soccorso in cui lo stato rimane lontano, in città, come un’entità non ben definita e comunque poco utile. 

In questi luoghi isolati in cui “le disgrazie vengono sempre in macchina”, dove si “vuole bene alla forma di un formaggio come a un vitello, o come a una nipote”, i ritmi della natura diventano i ritmi della vita, e gli affetti diventano ripidi come i pendii attorno, ruvidi come i rami degli alberi. Quando i soldi sono pochi e si è un po’ in balia degli eventi, si ha poco tempo per le smancerie. I bambini devono fare i bravi e ubbidire, accettare che il padre sia quasi sempre assente e che al posto del padre ci sia un nonno a casa con la mamma; accettare che la sorellina che arriva si prenda un po’ di quell’affetto già rarefatto e condivida quel poco che c’è. È così che la vita viene tramandata di padre in figlio, di generazione in generazione, senza troppe parole, ma con i fatti.

Tant’è vero che la normale ribellione adolescenziale che anche Giacomo attraversa – quando l’intero sistema di valori sino ad allora accettato ciecamente improvvisamente crolla nel confronto con universi altrui, con giardini apparentemente più verdi, con desideri di distacco e di riscatto – finirà per sfociare in una vita regolare, fatta di una moglie, di un lavoro, di figli, dove le abitudini della vita degli avi ritrovano, mutatis mutandis, il loro naturale corso, come tramandate nel DNA.

E quando qualcuno è colto dai pensieri brutti, dai Wild Horses dei Rolling Stones che escono dalle casse dell’autoradio di Giacomo, può sempre posare lo sguardo, con semplicità, umiltà e un po’ di pudica vergogna, su chi ci è già passato, certo di imparare il naturale ciclo di nascita riproduzione e morte: come “farsi” le ragazze, “manco fossero un panino o una scorpacciata di ciliegie”, o scoprire il dolore della morte, magari vedendosi ammazzare l’animale preferito, da chi, come i genitori o i nonni, accetta che la terra sia più grande degli uomini. O forse che la Vita sia più grande delle nostre infinite vite.

E allora montagna o città, passato o presente, padri o figli, tutti si sottostà alla dura legge della sopravvivenza, si nasce, si cresce, si spera in un lavoro, nella salute, in una famiglia, negli affetti che non sempre si sanno curare come dovuto ma che poi ci si ritrova sottopelle, quando meno te lo aspetti.

Vita e morte della montagna è un romanzo che, anche lui, non si dilunga in smancerie. È un romanzo essenziale che prende per mano e porta nei meandri di una terra che tutti riconosceranno anche se non è la loro; di una storia che è la storia di tutti coloro che come orizzonte hanno la vita propria e dei propri figli, con la speranza di un lavoro e la preghiera, più o meno atea, di essere risparmiati, almeno un po’, dalle calamità della vita; nei meandri di un’incredibile forza che in tutta la sua debolezza l’uomo ha sempre trovato per (soprav)vivere.

La casa editrice pordenonese ha avuto il merito di diffonderlo, ma Vita e morte della montagna è un romanzo che deve trovare presto la grande distribuzione dei grandi editori. Perché è il romanzo di uno e mille luoghi, di una e mille storie.

Antonio G. Bortoluzzi, Vita e morte della montagna, pp. 137, €14, Edizioni Biblioteca dell’Immagine, Pordenone, 2013

 

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