Music

May 2, 2013

Father Murphy a Rovereto, da Barrett all’inferno: “Stiamo cercando il fallimento”

Marco Bassetti

È nato a Brooklyn in una calda estate, centinaia di anni fa. Rinato al principio del nuovo millennio nei dintorni di Venezia, immaginiamo in una nebbiosa palude piena di zanzare, ha iniziato la sua predicazione in giro per il mondo, pronto a fondare una nuova religione. Da quel giorno il mondo della musica indipendente non è stato più lo stesso, sono stati in molti ad accorgersene, da Julian Cope a Michael Gira. Sì, perché da Syd Barrett all’oltretomba il passo è stato tanto breve quanto inesplicabile: è bastata una manciata di album in dieci anni, una fitta serie di concerti nei luoghi che contano accanto a band del calibro di Deerhoof, Xiu Xiu e Liars (semplicemente, si fa per dire, il meglio del meglio del meglio) e di progetti di contorno (mini, split, colonne sonore, cassette, remix…) tanto per non perdere l’abitudine a sperimentare sul labile confine tra abisso, genio e follia, tra sacro e profano, tra Pergolesi, Jacula e Black Dice. Già, quando a guidare la ricerca di senso è Father Murphy, tutto diventa possibile… Abbiamo scambiato due parole con Freddie, al secolo Federico Zanatta, del terzetto trevigiano quello con barba, chitarra e voce, in prossimità del loro concerto, venerdì sera al Loco’s di Rovereto.

Father Murphy in 5 parole.

Un povero prete con tanta dedizione. Ah, son 6 parole!

Avete fatto tour con band come Deerhoof e Xiu Xiu e avete conquistato personaggi del calibro di Julian Cope, Simon Reynolds e Michael Gira… In Italia Father Murphy rimane un fenomeno di nicchia, molto underground. Non c’è un paradosso in questo?

Con la massima sincerità ti dico che anche all’estero siamo un fenomeno di nicchia. Senza per nulla volerci svalutare, ma tappeti rossi (quoto il buon Modenese Palumbo dei Larsen) non ne abbiam mai visti. Che poi in Italia in generale ci sia molto meno attenzione e curiosità per la musica non concepita solo come intrattenimento, questo purtroppo è un dato di fatto. Ma non sarebbe molto diverso se fossimo nati in Francia, Germania o in qualsiasi altro paese non anglosassone o, forse, scandinavo. Penso che in generale la nostra proposta sia difficilmente etichettabile e quindi che ci sia poca possibilità, per un ascoltatore, di identificarsi, di sentirsi parte di qualcosa. Speravamo, con la scusa della religione, di fare ben piu’ proseliti, ma forse abbiam sbagliato qualcosa…

Nella vostra genealogia musicale e artistica, c’è posto per qualche musicista / cantautore / band italiani?

No. Abbiamo scoperto per strada Jacula, che ci hanno dato, più che altro, conferme.

Ogni padre/prete/predicatore ha il suo credo da diffondere, qual è il credo di Father Murphy?

Tutto il nostro percorso verteva sul momento in cui Father Murphy torna nella società civile proprio con un nuovo credo, pronto a fondare una nuova religione. Ma non avendo trovato alcuna verità, abbiamo fallito, e abbiamo scoperto che in realtà stavamo cercando proprio quello, il fallimento, il permetterci di fallire. Quindi il credo potrebbe riassumersi con: fallisci!

Dal folk acido barrettiano degli esordi al droning apocalittico di “Anyway Your Children Will Deny It”… Cosa è successo in mezzo?

Morto Barrett ci siamo lasciati cadere in una spirale verso il basso. Toccato il fondo, abbiamo iniziato a scavare.

Se Father Murphy fosse uno scrittore sarebbe…

William Seward Burroughs.

Il libro che c’è ora sul tuo comodino?

“HHhH, Il cervello di Himmler si chiama Heydrich” di Laurent Binet.

Il disco imprescindibile del 2012?

“Son of the dust” dei Movie Star Junkies.

Wayne Coyne, cinquantaduenne cantante dei Flamming Lips, ha dichiarato di non farsi le canne perché lo rendono paranoico. Nella ricerca di Father Murphy, c’è spazio per le droghe?

Winners don’t use drugs.

www.facebook.com/events/179483358873036/?fref=ts

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