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February 14, 2013

Berlinale Days #04. Love Special

Cristina Vezzaro

Sono anni che il giorno di San Valentino chiedo alla mia analista che cos’è l’amore. Lei ogni volta si fa una risata, e da quello capisco che ne ho ancora per almeno un altro anno. Oppure, in alternativa, potrei scegliere di andare al cinema e vedere come altri lo hanno interpretato, l’amore.

E allora non potrei prescindere da Before Midnight, terzo appuntamento, dopo Before Sunrise (1995) e Before Sunset (2004), della saga Linklater-Delpy-Hawke. Dopo essersi conosciuti in un treno e aver trascorso la notte a Vienna, dopo avere condiviso la vita in una giornata a Parigi, ritroviamo Julie Delpy e Ethan Hawke in vacanza in Grecia insieme a un figlio di lui in partenza per ricongiungersi con la madre a Chicago, e due gemelle loro. In Grecia, non a caso, i due filosofeggiano sul rapporto di coppia, partendo dal loro microcosmo, affrontando questioni (esistenziali) spinose della loro vita che sfociano in una crisi (annunciata? a sorpresa?, una crisi come tutte le crisi) da cui addirittura sembra non esserci ritorno possibile (ed è questo il momento più intenso del film, un po’ alla Carnage), fino a che lui non trova il modo di farsi strada nella desolazione e determinazione di lei, i due si riprendono per mano e proseguono il loro cammino. Ethan Hawke, Richard Linklater e Julie Delpy sono un team ben affiatato, insieme hanno creato le situazioni e i personaggi di quella che oramai è una saga, perché crescere insieme a due attori lungo la storia d’amore di una vita è un’idea geniale, per quanto probabilmente casuale in origine. “Da quando si è saputo che stavamo facendo un sequel,” spiega Ethan Hawke, “non c’è regista che non mi abbia detto quale, secondo lui, avrebbe dovuto essere la storia.” “Il nostro lavoro funziona perché tutti e tre portiamo le nostre idee e scartiamo quelle che non ci convincono, per cui alla fine le idee che rimangono funzionano per noi tre”, aggiunge Richard Linklater. E per il pubblico, aggiungo io. Infine, Julie Delpy precisa: “Non necessariamente scriviamo le scene che ci riguardano, la voce che troviamo non è femminile o maschile in maniera clichettata.” E forse grazie anche a questo, alla fine del film ti sembra di avere un’idea di cosa significhi la parola amore; anche se per vedere se l’amore regge davvero, forse deve superare anche il rischio costituito da un/un’amante. E chissà, forse sarà questa la prova del prossimo, leggendario episodio che a questo punto non potrà mancare. “Finiremo a 80 anni con un rifacimento di Amour”, scherza infine Julie Delpy.

Un altro modo di parlare d’amore è quello del documentario di Daniel Young dedicato a Paul Bowles: The Cage Door is Always Open, leggendaria figura della Beat-Generation, precursore dell’ondata di americani che raggiunsero il Marocco (e Tangeri) e scrissero sotto gli effetti del kif; sia lui, sia la moglie Jane intrattennero relazioni omosessuali senza mai separarsi l’uno dall’altra. La ricostruzione di una vita avventurosa, dagli esordi a New York come compositore, quindi come scrittore, alla vita in Marocco, dove fu raggiunto da William Burroughs e tutti gli altri a seguire, rivive attraverso l’ultima intervista che diede in vita e i ricordi di amici e conoscenti quali Gore Vidal, mancato anche lui pochi mesi fa, poeti, studiosi, nel racconto di una vita vissuta all’insegna del disincanto e nell’intensità.

E infine potremmo parlare dell’amore per la vita, quando c’è o quando se ne va, come in Inch’allah, il potente film della regista canadese Anaïs Barbeau-Lavalette, la storia di una giovane donna medico canadese che lavora con Medici senza Frontiere in Cisgiordania, in un ambulatorio delle Nazioni Unite. Tutti i giorni, dal vicino Israele dove abita, si mette in viaggio insieme all’amica-vicina di casa, l’israeliana Ava, che ogni mattina imbraccia in divisa il suo mitra e si siede sull’autobus che porta entrambe al confine. L’incontro-scontro culturale tra i due mondi, l’escalation di dolore che vive da vicino, l’esasperazione di rapporti ambigui e di morti ingiuste e la sua posizione in bilico tra le due realtà isolano sempre più la protagonista, Chloé, portandola a perdere ogni riferimento morale e di principio, fino a compiere azioni che non si sarebbe mai aspettata di compiere.

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