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November 8, 2012

“Spazio&apprendimento” per ripensare gli spazi scolastici, l’intervista a Beate Weyland

Marco Bassetti

La trasmissione del sapere ha a che fare con dinamiche relazionali, ovvio. Ma, coinvolgendo persone e non “cervelli in una vasca”, occorre pensare che la trasmissione del sapere abbia a che fare anche con gli spazi entro cui tali dinamiche si attuano e si concretizzano. Corpi che si interfacciano, oltre a menti che si legano: questo implica la relazione educativa, questo significa apprendere. Quindi, se il futuro dell’istruzione passa inevitabilmente attraverso investimenti che riguardano le risorse umane (professori, educatori, ricercatori…), il futuro dell’istruzione passa anche attraverso investimenti che interessano gli spazi: l’architettura degli edifici e degli ambienti, la loro organizzazione e costruzione, il loro ripensamento. Sì perché, seguendo la fondamentale lezione di Michel Foucault, lo spazio è un dispositivo modale che può aprire molteplici possibilità di contatto e di contaminazione, o viceversa chiudere al fine di preservare strutture tradizionali di sapere/potere. Al fine di indagare i molteplici aspetti legati alla relazione spazio-apprendimemento è nato un network, la rete “spazio&apprendimento“, che verrà presentata nel corso di un convegno il 10 Novembre 2012 presso la Facoltà di Scienze della Formazione della Libera Università di Bolzano a Bressanone. Ne abbiamo parlato con Beate Christine Weyland, professoressa presso la stessa università e coordinatrice del network.

Professoressa Weyland, il convegno è un’occasione per lanciare la rete “spazio&apprendimento”. Di cosa si tratta?
La rete consiste in un accordo tra dieci istituzioni altoatesine che sotto diversi punti di vista hanno a che fare con la scuola e che sono interessate in modo specifico al tema organizzazione spaziale degli edifici scolastici. Sono coinvolte, tra gli altri, le Intendenze scolastiche, l’Università, la Consulta dei genitori, la Camera degli architetti e l’Ufficio edilizia della Provincia. Ed è questo il valore aggiunto di questo tavolo di concertazione: la convergenza e il dialogo tra i diversi punti di vista e le diverse competenze di ciascuno sul tema degli spazi della scuola. Come inquadrano questo tema gli insegnanti e che esigenze hanno? E gli architetti? E quali sono le priorità di chi sostiene economicamente le operazioni di ristrutturazione e nuova edificazione? Possono incidere le visioni dei dirigenti scolastici sulle decisioni progettuali degli architetti? E così via.

Il cuore del progetto è indagare la “relazione tra spazio e apprendimento”, un tema che il convegno e la stessa rete pongono come prioritario. In cosa consiste questa centralità rispetto alla ricerca pedagogica attuale?
L’urgenza di mettere a tema la relazione tra spazio e apprendimento nasce dalla richiesta sempre più diffusa di concepire la scuola come il luogo dell’apprendimento e non dell’insegnamento. Il peso diverso che si cerca di dare ai processi di apprendimento incide in modo determinante anche sugli spazi didattici e offre la possibilità di rileggere l’universo scuola in modo decisamente nuovo. Si tratta di un vero cambio di paradigma: dall’insegnante all’allievo, dal dire al fare, dal ripetere al comprendere, dall’omologazione alla moltiplicazione e differenziazione delle attività, delle esperienze, delle ricerche, degli impegni. È molto diverso uno spazio se pensato per una comunicazione da uno a molti, formale e quanto possibile impersonale, o se concepito per una interazione tra molti e diversi, per una vita comunitaria, in cui si gioca sulla molteplicità delle attività e delle sollecitazioni.

In questo senso ci può seganalare alcune tra le sperienze più avanzate e innovative, proprio in termini di progettazione/costruzione di spazi educativi?
Nel contesto italiano il primo importante riferimento è alle scuole che sono nate dall’esperienza e dalla riflessione di Loris Malaguzzi a Reggio Emilia, le scuole di Reggio Children. Esse si riferiscono tutte a un chiaro modello pedagogico che informa anche l’organizzazione degli spazi: i cento linguaggi dei bambini, quindi le cento modalità per leggere il mondo, per organizzarlo dentro di sé e per restituirlo e condividerlo, quindi per continuare a costruirlo. Per dare sostanza a questo concetto pedagogico è nato un progetto architettico che, in sintesi, dispone le aule a raggiera intorno ad una grande piazza al centro dell’edificio, considerata come il luogo dello scambio, dei lavori comunitari e di gruppo, il luogo delle sollecitazioni più diverse e appartenenti a tutta la comunità scolastica a prescindere dall’età e dai ruoli. Ad essa si aggiunge un grande atelier per le attività espressive e grafico-pittoriche come luogo comunitario che, per eccellenza, consente ai più diversi linguaggi di esprimersi attraverso l’esplorazione e i materiali più diversi. In Italia sta maturando una sensibilità diffusa sul tema: le iniziative del Ministero sulla nuova definizione delle normative di edilizia scolastica e l’Osservatorio Indire “Abitare la scuola” sulle innovazioni scolastiche nel mondo sono un chiaro indizio di questo movimento.

Questa nuova sensibilità si può avvertire anche in Alto Adige?
In Alto Adige l’attenzione alla relazione spazio e apprendimento risente delle riflessioni più elaborate provenienti dai mondi di lingua tedesca, in cui si discute su una nuova cultura dell’apprendimento e ci si riferisce a concezioni legate all’attivismo pedagogico che pongono al centro il fare, l’attività laboratoriale, il tutoring e il coaching dell’apprendimento. Al convegno si presenteranno alcune scuole dell’infanzia e primarie che aderiscono a questi modelli e si potranno conoscere progetti di ricerca e architettonici che riflettono sui nuovi modi di concepire gli spazi scolastici in ordine a questi presupposti.

La rete “spazio&apprendimento” ha messo già in campo alcune azioni, con ricadute effettivo sul tessuto socio-culturale locale. Mi riferisco in particolare alla ristrutturazione della Scuola primaria e secondaria di primo grado di Lagundo. Ci può raccontare brevemente questo progetto?
Si tratta di un progetto promosso dalla Facoltà di Architettura dell’Università di Innsbruck e in particolare dal Prof. Moroder che ha sollecitato i suoi studenti nella progettazione degli edifici e degli interni della scuola di Lagundo. Al convegno verrà presentata la rassegna di questi progetti e il processo che ha portato alla scelta del progetto più adeguato. Oltre a questo progetto, le iniziative che sta mettendo in piedi questo gruppo riguardano la messa in rete delle risorse per offrire uno sportello di consulenza alle scuole sulla progettazione degli edifici e degli ambienti, e l’offerta di materiali di consultazione ricchi e variegati sul tema del rapporto tra pedagogia e architettura.

In un’epoca di polverizzazione degli interessi, di parcellizzazione dei saperi, d’indebolimento della responsabilità e della solidarietà, di deficit democratico, lo sviluppo e la diffusione di modelli di “apprendimento cooperativo” (cooperative learing) appare una possibile via d’uscita per riprendere in mano i fili dello sviluppo globale. Ecco allora che una spinta ai processi coperativi può venire proprio dall’organizzazione degli spazi, no?
Credo che l’attenzione al tema dell’apprendimento cooperativo sia importante perché scardina la centralità del modello di insegnamento-apprendimento tradizionale, non è più al passo con i tempi. In particolare si valorizzano aspetti come la collaborazione, la responsabilità, la solidarietà, si mettono a tema gli apporti del singolo alle diverse tematiche e l’importanza di arrivare a una visione d’insieme. L’innovazione della scuola fa riferimento a questo ed a altri modelli (apprendimento collaborativo, autonomo, dall’esperienza, per problemi, laboratoriale, ecc.) e mette al centro il rispetto e l’attenzione fondamentale per gli interessi e per le motivazioni del bambino. È a partire da ciò che iniziamo a muoverci, ciascuno con il proprio stile di apprendimento e scegliendo i modi più diversi per fare nostro il patrimonio culturale che la scuola ha ancora il compito di consegnare. Naturalmente questa concezione della poliedricità degli accessi al sapere, ma soprattutto la valorizzazione delle elaborazioni culturali e creative che da questi nascono, determina una modalità del tutto diversa di intendere anche gli spazi per apprendere.

Lo spazio del sapere sta subendo un’altra fondamentale riorganizzazione, con la diffusione delle nuove tecnologie digitali che aprono lo sviluppo a dinamiche fortemente connotate in senso interattivo, sociale, cooperativo. Come valuta questo processo?
Le tecnologie e il web 2.0 ci portano a conoscere  il mondo in modo diverso. Ciascuno di noi dispone di un bacino sempre più ricco e variegato di informazioni che per diventare conoscenze e saperi devono venire negoziate ed elaborate su uno sfondo comune di significati. È qui che nasce il bisogno di pensare in modo diverso al processo di apprendimento. È qui che l’insegnamento tradizionale entra crisi, perché si confronta con tempi, modi e contenuti sempre più diversificati. Le tecnologie contribuiscono all’innovazione del rapporto docente-sapere-discente, che da unidirezionale diventa bidirezionale o multidirezionale. Di qui anche gli spazi per costruire questa interazione tra informazioni, saperi ed esperienze diventano diversi e sono tutti da pensare.

pedarch.jimdo.com

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There are 2 comments for this article.
  • mercadeo · 

    “Tali disposizioni, che prevedono, ai fini dell’isolamento termico degli edifici e dell’utilizzo dell’energia solare, la possibilità di derogare alle distanze tra edifici, alle altezze degli edifici ed alle distanze dai confini previste dal d.m. n. 1444 del 1968, si collocano in un articolato nel quale si precisa che la deroga opera in riferimento agli strumenti di pianificazione comunali ed ai relativi piani attuativi, con contestuale conferma della inderogabilità delle distanze imposte dal codice civile – spiegano i giudici – .

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