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October 15, 2012

Gianluigi Ricuperati (giovedì a Chiusa): “in arte, obbligo di costruire percorsi di ‘intellegibilità’”

Anna Quinz

Quali possibilità nel fare arte oggi? Quanto conta il concetto di partecipazione in arte? Quale spazio per le iniziative individuali di giovani creativi, artisti, curatori, collezionisti e altri attori considerate alternative alle tradizionali forme di gestione e produzione culturali? E quali opportunità per continuare la propria attività creativa in modo sostenibile?
Partendo da queste cruciali domande, forse impossibili da risolvere, ma sulle quali è necessario interrogarsi se si lavora e ci si muove nel campo dell’arte, si svolgerà giovedì 18 ottobre una tavola rotonda a Chiusa, città che attualmente ospita una tappa del progetto Open City Museum con la mostra Anderswo_Altrove dell’artista Giancarlo Lamonaca.
Ospiti della serata, nata in collaborazione con l’Associazione Ecolnet – Ecologia del lavoro, oltre a Lamonaca e alla curatrice Martha Jimenez Rosano, anche l’artista Ruediger Witcher, il poliedrico Benno Simma, Sonja Gantioler del Terra Institut e Andreas von Lutz, ideatore e curatore del progetto Kunst Boden_nah a Chiusa e Gianluigi Ricuperati, scrittore e saggista.
Ricuperati, collaboratore di testate prestigiose come la Repubblica, D di Repubblica, La Stampa, Abitare, Domus, GQ, Studio, il Domenicale del Il Sole 24 ore, è anche autore di testi critici, saggi e del romanzo ”Il mio impero è nell’aria” (Minimum Fax).
Ma Ricuperati non è solo scrittore, ma anche ideatore e curatore di progetti culturali, come Canale 150 -gli italiani di ieri raccontati dai protagonisti di oggi- iniziativa per la celebrazione dei 150 anni dell’Unità d’Italia sostenuta dal Comitato Italia 150 e da Telecom Italia, Urbania, festival internazionale di Urbanistica a Bologna, co-curato con Stefano Boeri e Fabrizio Gallanti,  o ancora Festarch, festival internazionale di Architettura a Cagliari che dirige insieme a Stefano Boeri.
Voce importante del panorama culturale italiano, darà di certo un prezioso contributo all’incontro di giovedì sera nella piccola città di Chiusa. Intanto gli abbiamo posto alcune questioni, e già, le idee ci sono diventate molto più chiare, sul complesso tema del quale si dibatterà.

“Partecipazione” è una delle parole più usate (e abusate) ultimamente, anche nell’ambito dell’arte. Spesso però non corrisponde a reali processi  ”partecipativi” e diventa solo un’etichetta vuota. Secondo lei come e perchè si devono attivare veri processi partecipativi, nell’arte, spesso considerata disciplina individuale, del singolo, espressione di un ego ecc…?

Io diffido della retorica della ‘partecipazione’, se intesa come ‘democrazia diretta’, specie quando si tratta con opere d’arte: non si fa la storia dell’arte a colpi di comizi, o cercando di convincere il pubblico, magari proponendo la soluzione espressiva più semplice, immediata. Bisogna generare occasioni di dialogo ma senza cadere nella trappola di lisciare il pelo alla cittadinanza, concedendo spazio alla semplificazione brutale, arrendendosi alla ‘vox populi’ su qualsiasi scelta, specie quando si ha la responsabilità di far avanzare i linguaggi, in quanto curatore, o direttore di un museo, o responsabile di un programma di arte pubblica. E’ naturalmente un problema complesso, e mi rendo conto che noi viviamo nell’epoca della trasparenza radicale e che certe scelte possano risultare ‘arbitrarie’. Ma forse è un’opportunità, se ci pensate bene: forse d’ora in avanti chi ha la responsabilità di scegliere per esempio opere d’arte pubblica lo farà comunque in autonomia, ma sarà costretto a spiegare, a raccontare, a produrre conoscenza intorno a ciò che ha ‘curato’ – e questo è un bene. Non può che essere un bene, e credo che sia una direzione inevitabile anche per i musei. In altre parole: totale indipendenza e libertà di compiere scelte anche impopolari e ‘difficili’, ma con l’obbligo di costruire percorsi di ‘intellegibilità’. Penso che sia una strada addirittura auspicabile, perchè potrebbe produrre una piccola economia: ‘università di cittadinanza’, educazione alla contemporaneità, quartiere per quartiere. Ma senza MAI concedere un millimetro al populismo che vorrebbe sempre gli artisti ‘più immediati’, perchè questo non è progresso.

In che modo l’arte può dirsi sostenibile o può farsi sostenibile?

In diversi modi. Uno su tutti: generando occasioni virtuose di collaborazione tra pubblico e privato, nel segno di quella che viene chiamata in inglese ‘venture philantropy’.

Lei si occupa di progettazione culturale, ma anche di giornalismo. come possono coincidere il fare cultura e il comunicare cultura? che ruolo rivestono secondo lei i media oggi, come amplificatori, stimolatori, creatori di massa e spirito critico rispetto a fenomeni di non facile interpretazione come, ad esempio, l’arte contemporanea?

Io sono uno scrittore che si occupa anche di progettazione culturale e ‘curatela’ in senso ampio, votato alla multidisciplinarietà. Credo che la risposta alla sua domanda sia contenuta nella mia prima risposta. La ‘mediazione’ sull’arte contemporanea è in questo momento un settore estremamente eccitante in cui si possono operare innovazioni di enorme impatto sociale e culturale. Come diceva Loewy, fare dell’arte un sistema ‘M.A.Y.A.’, most advanced yet acceptable, improntato cioè all’avanzamento dei linguaggi ma ciònonostante pienamente accessibile a tutti.

Crede che l’arte sia cosa per pochi, elitaria e per eletti, o che debba trovare canali per entrare nel pensiero comune della “gente comune”, anche come mezzo per attivare un cambiamento, dall’interno?

Credo che i linguaggi siano come una valanga: nascono sottilissimi e fragili, ad altissima quota, ed è necessario ‘curarne la caduta’ verso il basso per far sì che vengano compresi, e cambino il mondo. Ecco perchè i curatori devono dotarsi di collaborazioni transdisciplinari e di un nuovo ‘design’ della divulgazione, che coinvolge i media, le istituzioni e tutti i cittadini, come diceva Vincenzo Consolo, ‘nottetempo casa per casa’.

L’incontro del 18, si svolge nella periferia (Chiusa) della periferia (Alto Adige). del sistema arte. crede sia importante una decentralizzazione, uno spostamento dai luoghi centrali, come le grandi città, verso destinazioni periferiche ma potenzialmente sensibili perchè meno “bombardate” di discorsi e progetti culturali (anche se l’Alto Adige, in realtà è decisamente bombardato: molta più l’offerta culturale della domanda)? Se si, perché?

Credo che viviamo in un’epoca fortunata perchè i centri esistono ancora ma i ‘policentri’ esistono di più. E in questa risposta, sibillina forse, forse contraddittoria, sta la mia personale fiducia nella possibilità che la centralità delle grandi città permanga a fianco di una poli-centralità di diversi altri soggetti.

 

Arte partecipativa e sostenibilità dell’arte: quali possibilità nel fare arte oggi?
Giovedì 18 ottobre 2012, h 20.00
Sala Walther, Città Alta 61, Chiusa
Più info sul sito di Open City Museum

 

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