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September 25, 2012

New York Stories #04: Occupy Wall Street

Cristina Vezzaro

Quando la fermata di casa in ogni linea della metropolitana che tu possa prendere è “Wall Street”, non puoi negarlo: ti trovi a Wall Street. E Wall Street non è solo il palazzo con la bandierona americana che è la prima cosa che vedo tutti i giorni appena esco di casa, letteralmente di fronte a me. Non è solo a due passi da quelle che erano le Torri Gemelle. Non è solo un quartiere degli affari abitato perlopiù di giorno – anche se a dire il vero ora che ci vivo vedo anche tutta la popolazione notturna, che non è poi così diversa da quella che trovi in altre parti di New York.

Wall Street, dopo l’autunno scorso, è anche Occupy Wall Street.
Lo Zuccotti Park, dietro l’angolo, è vuoto da tempo. Ma a Broadway, all’altezza di Wall Street, poco prima delle transenne che proteggono l’area, proprio di fronte alla fermata delle linee 4 e 5 che da uptownportano fin quaggiù, ogni sera al mio rientro incontro un piccolo popolo di persone che dorme (e vive) all’aperto, lungo i marciapiedi, come se questa non fosse New York ma quella San Francisco dove interi isolati del centro sono squattati da eserciti di homeless che si aggirano con i loro carrelli e pacchi in una città in cui non è mai troppo freddo né troppo caldo ed è quindi ideale per chi non ha casa.
Le macchine della polizia controllano a distanza, dall’altro lato di Broadway, la fila di persone sedute a terra o già sdraiate nei sacchi a pelo per la notte. Mi sembra che la loro presenza sia eccessiva considerato che, oltre a parlare e dormire, gli occupanti non fanno altro. Nessun comizio, nessun assembramento pericoloso né nulla di ciò che potrebbe giustificare il loro intervento.
Questa sera, anziché dirigermi verso casa, decido di fermarmi a chiacchierare con queste persone. In mezzo a vettovaglie, sacchi a pelo e cartelli, a gruppuscoli di due o tre gli occupanti parlottano o ridono o chiacchierano bonariamente. Sui cartelli che alcuni hanno davanti a loro ci sono vari messaggi, tra cui “Non sono di Occupy Wall Street, chiedetemi perché sono qui”, dice il cartello di una donna a cui mi avvicino ma che evidentemente in quel momento non ha voglia che le si chieda perché è qui. Desisto quindi dall’indagare oltre e mi avvicino a un gruppetto di quattro persone che invece sì, affermano di essere di OWS. Mi chiedo se siano tra i pochi reduci dell’autunno scorso, quando il movimento sembrava destinato a vita lunga e duratura. Ma nessuno di loro è lì da più di 80 giorni, due mesi e mezzo, l’estate, praticamente. Come lasciavano intendere le previsioni raccolte da Riccardo Staglianò nel suo Occupy Wall Street, nel quale si prospettava che dopo l’autunno 2011 ci sarebbe stato un diradarsi del fenomeno prima di una ripresa con la bella stagione e in vista delle presidenziali americane dell’autunno 2012. Anche se la ripresa sembra essere piuttosto modesta.
Mentre stiamo parlando mi si avvicina un ragazzo che si presenta. Si chiama Jason e viene da Buffalo, NY. È lì da 40 giorni, mi racconta, e quando gli chiedo che cosa ci sta a fare mi spiega, con parole che chissà quante volte ha ripetuto: “Chiedo rappresentanza politica a Washington. Chi è al potere rappresenta solo gli interessi di chi lavora là dentro”, mi dice indicando la Borsa, “non c’è nessuno a rappresentare noi”. Il noi è il famoso “99 percento” di chi non ha denaro e vantaggi tali da farsi tutelare ad personamdalle lobby politiche e da approfittare delle distorsioni del mondo della finanza. Ovvero, per l’appunto, la stragrande maggioranza della popolazione. Voglio saperne di più, da Jason, che dice di avere 30 anni ma ne dimostra molti di più. Voglio sapere qual è il suo passato, e Jason, in maniera vaga, con l’alito che sa di alcol e sigarette, mi spiega di essere stato sempre un attivista. Cerco di capire meglio, ma lui non si spinge oltre a quella che sembra un’etichetta che si è dato: non ha una storia da raccontare, un esempio eclatante di ribellione al sistema da parte di chi, prima, era tra i privilegiati ed è stato duramente colpito dalla crisi; e nemmeno di chi da sempre si è battuto, in seno a organizzazioni e associazioni, per i diritti dei più deboli. Mi propone di seguirlo su Facebook, Jason, spiegandomi però che il suo account è sotto controllo e che può essere che non riesca a connettersi. Lo saluto, insieme ai suoi amici. Sotto lo sguardo sospetto della polizia, che evidentemente fa fatica a collegare i due mondi, mi allontano e rientro a casa.

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