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March 24, 2012

Turrisbabel sugli “spazi affettivi”: l’editoriale del direttore Calderan

Franz

In occasione della fiera Arredo è uscito anche il nuovo numero di turrisbabel, interamente dedicato agli spazi interni degli edifici. Eccone, come assaggio, l’editoriale scritto dal direttore Carlo Calderan.

Spazi affettivi

Possiamo stare dentro o fuori da un edificio. Si può cercare di ritardare il passaggio da una condizione all’altra, allungando le soglie di transito o sfaldando le pareti che le dividono fino a farle diventare delle tende fluttuanti, ma prima o poi sentiremo comunque di essere entrati e il nostro modo di percepire l’edificio sarà radicalmente mutato. Fuori l’architettura è un oggetto dentro un vuoto, fuori plasma la materia, dentro invece la scava. Un rovesciamento non del tutto simmetrico: dall’esterno possiamo spesso intravedere l’interno di un edificio, il contrario è quasi sempre impossibile. Stando in una stanza è difficile intuire la forma e le dimensioni della costruzione in cui ci troviamo e le finestre raramente svelano il guscio che ci contiene. Entrando quindi il nostro campo percettivo si riduce, comprende solo il luogo in cui siamo, ma al tempo stesso si intensifica, da spettatori che si limitano a guardare un edificio come se fosse una scultura ci trasformiamo in fruitori che attraversano, percepiscono, “sentono” lo spazio che esso racchiude. Parlare di interni significa quindi spostare l’attenzione dagli elementi costruttivi dell’architettura, muri, solai, pilastri che la rendono fisicamente possibile, a ciò che essa primariamente produce: lo spazio.

Lo spazio interno non è il negativo della costruzione, cioè un vuoto neutro disponibile ad accogliere il brusio degli oggetti che ci aiutano a vivere. Gli arredi non sono più accessori che incrostano le pareti, ma, rinunciando alla propria mobilità, si sono fusi ai controsoffitti, alle imbotti delle finestre, alle contropareti, alle porte formando un rivestimento continuo che avvolge la struttura portante e da forma a spazi autonomi. Non abbiamo più spazi arredati ma è l’arredo a creare spazi, anche quando rinuncia a ridisegnare i limiti fisici dell’ambiente che ha a disposizione limitandosi a disporvi degli oggetti. Micro architetture che rovesciano la natura dello spazio interno e lo trasformano in un esterno, saturando il locale fino a renderne illeggibili i bordi, come le teche-portale della gioielleria Gabrielli e i capanni-ufficio dell’Istituto di teoria dell’architettura dell’università di Innsbruck, o, più eloquentemente, come fa Stefan Hitthaler disegnando un cielo azzurro sul pavimento di un parrucchiere a Monguelfo. La sospensione dei limiti fisici dello spazio ritorna pure nel flagship store di Moessmer e nello spaccio della Cantina di San Michele. Angonese fa dipingere a Bolzano le volte, ad Appiano il soffitto, le pareti, il pavimento di nero, un trucco scenico che consente di concentrare l’attenzione sulla merce. La luce sembra scaturisce dagli oggetti stessi, le fonti rimangono nascoste e le pareti nere retrostanti, cancellando le ombre, non ci permettono di ricostruirne l’origine. Un dispositivo che per essere efficace necessita però di un controllo preciso della luce e soprattutto costringe a limitare l’intrusione di quella naturale, con il suo andamento discontinuo ed imprevedibile. Nella vineria di Appiano i raggi del sole penetrano all’interno solo filtrati dalle foglie di una vite o indirettamente attraverso un patio, colorati di un verde mediterraneo, riflessi dalle foglie di un ulivo.

Con che tipo di spazi abbiamo a che fare? La loro misura non è esclusivamente geometrica perché questi spazi non sono solo il vuoto isotropo lasciato libero dalla materia, l’aria che separa una parete dall’altra. Le superfici che li delimitano non sono generiche, al riparo dagli agenti atmosferici la scelta dei materiali a nostra disposizione è pressoché infinita e proprio le qualità tattili, il potenziale evocativo, la temperatura cromatica, le proprietà olfattive, i modi diversi di reagire alla luce di queste superfici concorrono a determinare il carattere, o meglio l’atmosfera di questi spazi. La combinazione dei materiali non segue più le regole della tradizionale tripartizione in pavimento, parete e soffitto: le superfici risvoltano gli spigoli della scatola spaziale rendendo incerti i confini del volume. Si attraversano questi interni quasi percorrendo un collage tridimensionale, una composizione che è combinatoria di materiali pre-significati, in cui elementi con origini distanti vengono accostati e sovrapposti lasciando nel vago la loro posizione reciproca. Il profumo della lana nel negozio di Moessmer, il nero fumo della Räucherkammer rimasto impresso alle pietre del maso ristrutturato da EM2 a Prettau che forse ne hanno conservato anche l’odore, le tavole di legno antico che rivestono una stube di Markus Tauber a Livigno, costruiscono l’esperienza spaziale di quei luoghi più della loro forma geometrica. La quale anzi può essere relativamente semplice, come la scatola stereometrica il legno della stanza da letto della boarding house a Campil, una specie di armadio dilatato che occupa l’intera larghezza della camera, perché quello che si vuole riprodurre è la sensazione corporea di immergersi in un unico materiale.

I progettisti di questi interni conoscono molto bene il potenziale di immagini evocative e di significati che si celano nei materiali e sanno come attivarlo e manipolarlo per ottenere il coinvolgimento emozionale e polisensoriale di coloro che abiteranno questi spazi.

 

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