Culture + Arts > Performing Arts

January 24, 2012

I sette veli di Salomè

Jimmy Milanese

Di fronte allo Strauss compositore, mi levo il cappello. Di fronte all’uomo Strauss, me lo rimetto

Con questa espressione lapidaria, il leggendario direttore d’orchestra Arturo Toscanini si espresse nei confronti del compositore tedesco Richard Strauss, che in occasione del Festival di Bayreuth del 1933 aveva accettato di sostituirlo alla direzione. L’Europa stava entrando in uno dei suoi periodi più bui della storia, e il mondo della cultura tedesca iniziava a dividersi tra sostenitori e oppositori del Führer. Richard Strauss, assieme al pittore Emil Nolte, lo scultore Arno Breker, i compositori Hans Pfitzner e Carl Orff, il giovane direttore d’orchestra Herbert von Karajan e tanti altri, non lasciarono la Germania e continuarono a produrre la loro arte, nonostante le svastiche del Reich sventolassero ovunque, ricordando la celebre frase sussurrata dai prigionieri del Fidelio:

Sprech leise, haltet euch zurück! Wir sind belauscht mit Ohr und Blick
(Parlate piano, trattenetevi, siamo osservati da occhi e orecchie).

I motivi di tale diffusa fedeltà al Regime che avrebbe partorito l’Olocausto sono spesso poco noti,  ma meritano di essere ricordati, soprattutto in un’epoca relativamente pacifica in cui l’arte sembra essere deprivata del suo valore sociale.

Poco dopo l’ascesa al potere, il Regime nazista fondò la c.d. Camera della Cultura del Reich diretta da Goebbels, che assicurò l’esistenza professionale e il futuro economico a un enorme numero di giovani artisti, minacciati dal baratro della crisi economica che aveva portato la Germania sull’orlo della crisi. Paradossalmente – ed ecco il motivo di questa lunga introduzione – fu proprio e solo durante il Terzo Reich che Richard Strauss presentò e diresse Salomè, la sua opera forse più inquietante e dissacratoria, senza quei tagli di censura imposti all’Opera in tutto il mondo sia prima sia dopo le esperienze totalitarie.

Alle soglie della Seconda Grande Guerra, Strauss era il compositore più famoso al mondo, al punto che perfino la sua compromissione col regime nazista passò in secondo piano al momento della liberazione. I soldati americani che piombarono e requisirono la sua villa, apprese le generalità del proprietario, si fermarono dichiarando quello spazio “off-limits”. Se da una parte dell’Oceano Atlantico imperversava la Guerra, sul versante americano, il Metropolitan aveva iniziato un processo di snobilitazione del Teatro d’Opera, aprendo le porte al Quarto Stato. Questo processo, che in Italia ha ancora da venire, aprì il mondo dell’Opera Lirica al grande pubblico, decretando il successo planetario dei vari Beniamino Gigli, Arturo Toscanini e Strauss, appunto.

Dal punto di vista professionale, al pari di molti suoi colleghi “compromessi”, Richard Strauss era interessato al successo delle sue opere e questo fu un leitmotiv per tutto il corso della sua vita. I soggetti trasformati in libretti d’Opera e il suo stile compositivo volevano essere un richiamo irresistibile per il pubblico, quanto più numeroso e generoso possibile. Egli eseguiva copiose variazioni di tempo, non lesinava sui vibrati e sulle idiosincrasie vocali, impensabili al giorno d’oggi. Ma è in particolare sul soggetto, sulla storia narrata in musica che il compositore e direttore bavarese  ha impresso il suo ineguagliabile marchio di fabbrica. Con l’Opera Salomè, egli raggiunse l’acme di questo percorso. La sua prima a Dresda nel 1905 e quella italiana a Torino, diretta da Toscanini prima e dall’autore poi, colsero il pubblico totalmente impreparato di fronte alla celeberrima scena dei sette veli, dove in una danza macabra degna dei migliori manuali antropologici di Margaret Mead, il soprano compie il primo spogliarello pubblico della storia del teatro moderno, per poi finire con un bacio a una testa decapitata. Non è un caso che il libretto dell’Opera fosse in gran parte attinto dall’omonimo poema simbolista dello scrittore inglese Oscar Wilde.

Da quel momento, Salomè iniziò a ingaggiare uno dei duelli più efferati tra Arte e Società che la Storia dell’Arte conosca. Emblematica fu la censura di Sua Maestà Re Giorgio V d’Inghilterra per voce di Lord Ciambellano alla prima londinese dell’Opera, che si scagliò non solo sulla danza erotica di Salomè, ma impose il taglio del bacio alla testa decapitata di Giovanni Battista, servita su un piatto d’argento.

La Salomè che ci apprestiamo ad ammirare a Bolzano è figlia di quella Storia; di una Germania d’inizio Novecento che esprimeva nelle sette Arti il meglio della cultura europea dell’epoca, mentre covava sotto i sette veli di Salomè il delirio di onnipotenza che avrebbe distrutto quasi tutto, ma non quella danza erotica, non quel finale macabro!

Foto Franco Tutino

Print

Like + Share

Comments

Current day month ye@r *

Discussion+

There are no comments for this article.

Related Articles