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December 30, 2011

Il Sudtirolo e le sue ricchezze letterarie trascurate

Stefano Zangrando

È trascorso oltre un quarto di secolo dall’apparizione, contemporaneamente al libro-reportage di Sebastiano Vassalli Sangue e suolo (Einaudi 1985), de L’italiana di Joseph Zod

erer nella traduzione di Umberto Gandini per Mondadori. Fu grazie a quei due volumi – l’uno più parziale e accusatorio, l’altro un piccolo romanzo-rivelazione – che per la prima volta dopo molti anni un pubblico vasto poté confrontarsi con quella realtà problematica e a tratti conflittuale, persino violenta, che è stata l’Alto Adige-Südtirol del XX secolo – il doppio toponimo è d’obbligo, nel rispetto di un bilinguismo (e addirittura trilinguismo nelle valli ladine) che è anche duplice cultura e tradizione, approdata solo in tempi recenti, e faticosamente, a una coscienza storica comune e condivisa. È una terra di cui già Giuseppe Antonio Borgese, in un volume del 1921 dedicato al territorio in larga parte tedescofono da poco annesso al Regno, scorgeva il potenziale “conciliante”: «Molto di bene per il mondo latino e pel germanico potrà nascere da questa convivenza, e l’Italia potrà trarne altre ispirazioni per la sua opera di mediatrice ai fini di una vera pace tra vincitori e vinti». Non fu precisamente così, purtroppo: il fascismo di lì a poco non andò per il sottile nel suo progetto di italianizzazione della nuova provincia di confine, che la storia e l’orografia avevano reso fiera della propria identità regionale, alpina e tirolese. L’alleato nazista, poi, ci mise del suo nell’ingenerare tra i sudtirolesi, all’alba del secondo conflitto mondiale, un senso di sradicamento senza via d’uscita: o lasciare la propria terra per il grande Reich, o restarci, ma al prezzo di italianizzarsi del tutto.
Da quelle scottature e dalla successiva, mancata riunificazione tirolese – nonostante l’accordo De Gasperi-Gruber che attribuì all’Alto Adige-Südtirol una forte autonomia – nacquero un malcontento, un localismo patriottico e uno spirito di rivalsa che avrebbero portato, nel secondo dopoguerra, a difficoltà di dialogo e tensioni gravi, con atti terroristici e duri confronti istituzionali, fino a quella sorta di capovolgimento prospettico e politico rappresentato dal nuovo Statuto speciale approvato nel 1972, a partire dal quale, a fronte di una più giusta tutela della parte tedesca, furono gli italofoni, ossia gli italiani lì migrati nel corso dei decenni, a sentirsi via via minoranza svantaggiata – un «disagio», quest’ultimo, speculare a quello tedesco e i cui risvolti concreti nutrono ancora oggi, nonostante tutto, dibattiti politici a carattere più o meno populista.
Poco è cambiato, nel frattempo, sul fronte letterario: Zoderer resta uno dei pochi, forse l’unico autore sudtirolese davvero noto, benché la vita editoriale della sua opera in Italia abbia conosciuto diverse fortune, passando da Einaudi per approdare a Bompiani, il cui lavoro di pubblicazione si è però fermato al 2005 con il romanzo Il dolore di cambiare pelle – se si escludono la riproposta de L’italiana da parte dello stesso editore nel 2007 e la traduzione di un’opera del decennio precedente, L’altra collina, uscita da Zandonai nel medesimo anno.
Il punto è che, nel frattempo, di nuove voci sudtirolesi nel panorama editoriale della penisola non vi è quasi traccia. Fanno magra eccezione Sepp Mall, poliedrico scrittore meranese classe 1955, il cui breve dittico romanzesco La sfida del vuoto pubblicato da Fernandel nel 2005 è passato però pressoché inosservato, e Sabine Gruber, della quale nel 2010 è apparso per Gaffi il romanzo Vita in anagramma, ma il cui ultimo e più ambizioso sforzo in prosa, di cui si rende conto nell’articolo qui a lato, pare avere, almeno finora, qualche difficoltà a convincere i nostri editori. Pure la tematica sudtirolese sembra conoscere in questo momento un certo revival, anche grazie al successo di un romanzo scritto da un’autrice romana, ma avente per tema e ambientazione principali proprio l’Alto Adige-Südtirol del secolo scorso: Eva dorme di Francesca Melandri, uscito per Mondadori nel 2010 e già ristampato in versione Oscar, ai piedi delle Dolomiti è diventato un vero e proprio caso letterario, destando più entusiasmi che perplessità, e un effetto non meno sorprendente ha sortito la sua traduzione nei paesi tedeschi.
È curioso, del resto, che nel dialogo a distanza con l’opera di Zoderer, comunque imprescindibile per chi si confronti col tema, si sia affermata una penna extra-regionale, benché anche sul fronte locale non manchi, pur entro l’esigua presenza demografica italofona, qualche nome di valore: Alessandro Banda, ad esempio, meranese classe 1963, autore lieve e raffinato che pare ormai aver trovato in Guanda il suo editore di fiducia, o il drammaturgo Roberto Cavosi, meranese anche lui, che però ha presto trovato la sua strada, costellata di riconoscimenti, a sud dell’Adige. Ma se su questo fronte è forse lecito aspettarsi qualcosa di più dalle nuove generazioni, più radicate, pacificate e aperte dei predecessori, le mancanze più evidenti sono ancora sul versante tedesco – a partire dal fatto che le liriche di Norbert C. Kaser, morto a trentun’anni nel 1978 per le conseguenze dell’alcolismo e considerato da molti il capostipite della letteratura sudtirolese del dopoguerra, non abbiano conosciuto altro che una parziale edizione locale ormai introvabile e la sporadica accoglienza in alcune antologie, mentre già alla fine degli anni ottanta l’editore Haymon di Innsbruck ne aveva dato alle stampe l’intera opera in tre volumi.
Ed è un peccato che un notevole romanzo autobiografico come Bel paese, brutta gente (trad. it. 1989) dello storico Klaus Gatterer sia rimasto appannaggio dell’editoria, e quindi del pubblico, locale. Dal canto suo, il nostalgico Come i mesi dell’anno (Marsilio 1991) di Anita Pichler, vissuta tra il Sudtirolo, Vienna, Berlino e Venezia, e scomparsa precocemente nel 1996, finì presto fuori catalogo. Tra gli autori viventi, poi, dispiace che di una prosatrice capace come Helene Flöss, brissinese, si sia tradotto finora solo il romanzo breve Anni secchi, uscito di recente per l’editore alpha beta che, con Edition Raetia e Folio Verlag, è tra gli editori locali più attenti ai fermenti autoctoni. Lo stesso si può dire per Selma Mahlknecht, giovane e promettente autrice venostana, i cui lavori più recenti meriterebbero senz’altro di essere conosciuti e apprezzati anche in italiano, o per Hans Karl Peterlini, cronista di cui si può almeno lamentare l’assenza, in traduzione, del godibile ed edificante Noi figli dell’autonomia sudtirolese.
D’altra parte, se finora non hanno trovato accoglienza nei cataloghi italiani neppure le opere più note di Herbert Rosendorfer, prolifico coetaneo di Zoderer e autore di un arguto bestseller come Lettere nel passato cinese, o i gialli di successo di Kurt Lanthaler, bolzanino oggi di stanza a Berlino, significa che forse, in effetti, un problema di comunicazione c’è davvero e dipende forse, prima ancora che dalla capacità ricettiva dell’editoria italiana, dall’interesse della stessa letteratura sudtirolese a proporsi a quel sud dal quale un tempo mossero i fascisti per la loro «marcia su Bolzano» e che nell’ultimo, di ventennio, ha sperperato in collusioni e bunga bunga il credito del quale godeva presso i suoi interlocutori tedeschi.

Articolo pubblicato dal quotidiano il Manifesto il 29 dicembre 2011

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There are 59 comments for this article.
  • Luca Sticcotti · 

    @J
    leggi meglio please…
    “Eva dorme” è talmente vero che la sua lettura spesso mi ha provocato emozioni forti e lunghe riflessioni alzando gli occhi dal libro e ripensando alla mia esperienza personale e familiare messa in relazione con i “fatti storici”.
    Tieni conto che sono nato a Brunico dove il libro è in gran parte ambientato…

  • J · 

    A un libro va sempre concessa una seconda (terza, quarta ecc.) occasione. Mi era parso, ma evidentemente sbagliavo, che fosse tagliato con l’accetta…

  • gadilu · 

    Un libro puo’ anche non piacere. Ma se non piace e’ preferibile che le critiche siano motivate e non espresse all’ingrosso sulla base di una fugace impressione. Del resto, non e’ neppure obbligatorio proseguire nella lettura di un libro se la prima impressione non convince. A quel punto basta dire: non l’ho letto bene e quindi non ne parlo. :) ))

  • Gianluca Trotta · 

    @ J
    Visto che mi hai usato la cortesia di rispondermi (anche se non capisco perché indirizzi a me quella risposta: comunque grazie), vorrei provare anch’io a rivolgerti alcune riflessioni.
    Non capisco molto il tuo modo di argomentare.
    Prima chiedi se qualcuno abbia letto il libro di Melandri (a me sembra una domanda retorica, che dà per scontata la risposta negativa), come se, appunto, fosse un libro di cui si parla generalmente senza averlo letto.
    Poi dici che ha detto un po’ di cazzate, ma ammettendo di averlo solo sfogliato. Anzi, scrivi proprio un giudizio complesso:

    io che l’ho solo sfogliato e ne ho letto degli stralci, forse puoi confermare o smentire la sensazione che ho avuto e cioè che la Melandri facesse largo uso dell’ambientazione, delle suggestioni e di alcune impressioni che ha colto nel suo passato di passaggio da queste (quelle) lande ma che non avesse colto per nulla né lo spirito né, soprattutto, la storia tragica, difficile, ostica e complessa (ecco la parola, complessa) del Sudtirolo facendone un uso superficialmente sentimentalistico ma piatto e privo di ogni spigolosità. Insomma Eva dorme è una cartolina che vorrebbe essere vagamente disturbante ma che è solo e semplicemente semplice e inefficace. Dimmi tu se sbaglio e se merita una lettura approfondita…

    Poi dici che gli darai una seconda o terza occasione: rispetto a quale? Boh…
    Ti dirò, io l’ho letto (tutto) una sola volta. E sarei molto restio a dare un giudizio così “tranchant” su qualsiasi libro che non avessi letto almeno una seconda, se non terza, volta. Non mi sembra giusto, né onesto. Tranne ad essere tra amici all’osteria.
    E guarda che, diversamente da Gabriele Di Luca, io non sono per nulla di parte, Melandri non la conosco nemmeno di striscio, e il suo romanzo (dal punto di vista “artistico”: non so come altro dirlo; insomma, “come romanzo”) non l’ho nemmeno apprezzato più di tanto (evito qui di argomentare questa mia impressione: non è il luogo, qui).
    L’ho trovato invece “vero” (al contrario di quanto dici tu) e approfondito dal punto di vista storico. Tratta, appunto, di un periodo e di eventi dolorosi e in gran parte “nascosti” (un episodio inquietante e sconosciuto lo cita sopra gadilu).
    Se tu avessi letto il libro fino alla fine, ti saresti imbattuto nella nota finale, nella quale Melandri dimostra le sue fonti e la sua conoscenza approfondita; e il fatto che non ha scritto per “stereotipi” da cartolina, presi un po’ così, da una conoscenza superficiale della materia.
    Dunque, ti direi: leggilo, dai. Poi, appunto, magari non lo troverai riuscitissimo da tanti punti di vista; ma, forse, ne apprezzerai l’onestà del romanziere che scrive di qualcosa che conosce molto bene e sulle quali si è pure parecchio informata.