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May 28, 2011

Teresa Margolles a Museion. Ed è già, inutile, polemica

Anna Quinz

Juàrez, in Messico, è considerata una delle città più violente al mondo. Qui ogni anno vengono commessi circa 3000 omicidi, ed il sistema del narcotraffico invade e travolge la vita della città e di tutti i cittadini. Teresa Margolles è uno di questi cittadini. La violenza, se nasci e vivi in un posto come questo diventa lo standard, diventa la normalità, diventa il male, in tutta la sua banalità. Ma c’è, anche in questi luoghi chi ha la volontà di reagire. Teresa Margolles è una di queste persone. La mostra che ha portato a Museion (inaugurata sabato scorso), “Frontera”, è una mostra forte, un pugno allo stomaco che colpisce lo spettatore e lo mette, letteralmente di fronte a un muro. Un muro di violenza, ma di violenza vera. Qui non si scherza, qui l’arte – e i suoi spettatori – si fa testimone del dolore e senza compromessi ne mezze misure lo porta tra le pareti del museo, costruendo muri, ma abbattendone altri.

E proprio dai muri (“Muro Ciudad Juàrez” e “Muro Baleado”) che la Margolles scardina da Juàrez e ricostruisce a Bolzano si può partire. Muri, sono solo muri. Ma non sono solo muri. Sono muri scalfiti dalle pallottole che proprio davanti a loro hanno ucciso decine di persone. Sono muri macchiati di sangue e di sofferenza. Sono muri che hanno impregnato l’odore di sudore, di morte e di degrado di una società messa in ginocchio dalla criminalità organizzata. Salire nel luminoso quarto piano di Museion e trovarsi di fronte a queste pietre è un colpo duro da reggere. Lo stomaco si attorciglia perché tra il nostro sguardo e questi muri si proietta l’immagine dei cadaveri, e nessuno può restare indifferente alla presenza così tangibile della morte. In un altro lavoro (“Plancha”)Margolles fa gocciolare dell’acqua su piastre d’acciaio roventi. Apparentemente è solo acqua e solo acciaio che per il contatto con il liquido sibila impercettibilmente. Ma l’acqua non è, come i muri, semplice acqua. È acqua utilizzata per lavare i cadaveri dopo le “esecuzioni” del narcotraffico. È acqua sporcata e resa eternamente impura dall’atto che l’ha generata. È liquido che arriva dall’uomo e che all’uomo è tolto dall’uomo. Ogni goccia è come il dolore delle persone vicine alle vittime: un sibilo, che resta, costante e crudele nell’anima. Non per un giorno, ma per sempre, in un ritmo incancellabile di sofferenza impressa a fuoco. Il pubblico non può restare indifferente, e questo è un bene. Se l’arte può avere un ruolo sociale, è anche quello di smuovere e far riflettere, di abbattere le barriere geografiche e portare a Bolzano il dolore del Messico, che così diventa da Messico-lontano, a Bolzano-vicino. Purtroppo però forse Bolzano a questo non è ancora preparata, vista la reazione accesa di questa mattina, apparsa sul quotidiano locale Dolomiten. L’articolo che racconta la mostra, dal titolo eloquente “Barbarie a Museion” polemizza sul significato delle opere presentate dalla Margolles, che per sensibilizzare sulla condizione di violenza di Juàarez, disturba il riposo eterno delle vittime di violenza. Già ai tempi – duri – della rana crocefissa di Kippenberger fu proprio il Dolomiten a scatenare la polemica, denunciandone la mancanza di rispetto religioso.
Ancora polemiche sull’arte contemporanea, ancora Museion al centro del contendere, ancora il principale media locale di lingua tedesca a sferrare l’attacco. Tre anni sono passati, ma il clima di denuncia, intolleranza e incomprensione di ciò che l’arte contemporanea è e fa, resta lo stesso. Siamo davvero così chiusi? Così poco preparati? Così poco pronti a raccogliere non le provocazioni dell’arte, ma i suoi messaggi profondi? Abbiamo ancora voglia di discutere di queste cose e creare lo scandalo lì dove non c’è? Non sarebbe meglio, per tutti, accettare l’evolversi dei linguaggi e lasciar fare a Museion il suo lavoro? La mostra è dura, non lo si può negare, ma rappresenta una scelta coraggiosa del museo cittadino, che si dimostra pronto a presentare l’arte non solo nei suoi aspetto più glamour, ma anche in quelli più socialmente impegnati. Perché, appunto, il Messico è dietro l’angolo, e la violenza è parte di ogni latitudine e, elemento da non sottovalutare, il lavoro di Teresa Margolles non è frutto di una strategia di marketing artistico, è un vero e proprio lavoro di impegno sociale di denuncia che scavalca i confini, che da voce internazionale alle vittime, che racconta e testimonia pezzi di storia dei nostri tempi troppo spesso dimenticata. Per molti laggiù il suo operato è fondamentale, e sono le famiglie stesse delle vittime a donarle le loro memorie più intime, affinché lei possa trasportarle attraverso l’arte in tutto il mondo. Non c’è strategia, non c’è profitto, non c’è abuso. C’è solo la determinazione di comunicare la propria realtà. E di questa realtà, dovrebbe occuparsi anche l’Alto Adige, senza dover per forza scavare significati che non esistono e scandali che non hanno né capo né coda. Dimostrarsi per una volta aperto al mondo e non chiuso su se stesso, e sulle proprie piccinerie. Non siamo l’ombelico del mondo, e se un’opera d’arte ce lo ricorda, dovremmo farne tesoro, invece che riportare sempre qui l’attenzione. Teresa Margolles e Museion hanno fatto una grande cosa, speriamo che il pubblico che vedrà la mostra avrà l’intelligenza necessaria per non farsi traviare da giudizi inutili e fuorvianti e possa solo ascoltare, in rispettoso silenzio, le urla e le voci di tanti che, a differenza nostra, non hanno mai avuto la vita facilitata. Urla di morte, certamente, ma anche e soprattutto urla, assordanti, di speranza. L’arte può anche questo, Museion ha portato qui quest’arte, facciamone buon uso.

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