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	<title>Franz Magazine</title>
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	<description>culture on web and paper</description>
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		<title>Nel week end, Bressanone incontra la Cina attraverso lo sguardo di due fotografi</title>
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		<pubDate>Thu, 17 May 2012 15:48:31 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Anna Quinz</dc:creator>
				<category><![CDATA[Arts]]></category>
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		<description><![CDATA[Da domani sera alle 18, e per tutto il week end, Bressanone porta un po&#8217; di Cina in Alto Adige. Al Museo Diocesano infatti arriva [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://franzmagazine.com/wp-content/uploads/2012/05/127.jpg"><img class="alignnone size-full wp-image-10317" title="1" src="http://franzmagazine.com/wp-content/uploads/2012/05/127.jpg" alt="" width="610" height="237" /></a></p>
<p>Da domani sera alle 18, e per tutto il week end, Bressanone porta un po&#8217; di Cina in Alto Adige. Al Museo Diocesano infatti arriva (e ahimè troppo velocemente se ne va, dunque non perdete l&#8217;occasione di vederla) la mostra <strong>Momenti di vita fra la Cina e l’Alto Adige, </strong>curata da Martha Jimenez Rosano<strong>. </strong>Attraverso i lavori e le immagini fotografiche di due artisti, l&#8217;altoatesino <strong>Giovanni Melillo Kostner</strong> e il francese <strong>Thomas Sauvin</strong>, sarà possibile inquadrare un piccolo pezzo di Cina (piccolo, perché la Cina è immensa), che passa per le montagne dell&#8217;Alto Adige. Melillo racconta infatti i volti e le storie di cinesi che vivono nelle nostre valli, mentre Sauvin, in questo caso più collezionista che artista, presenta la sua enorme e fondamentale raccolta di negativi, destinati al macero, prima del suo salvifico intervento, di fotografie scattate da persone &#8220;comuni&#8221;, in momenti &#8220;comuni&#8221;. Due modi di archiviare e raccontare, due punti di vista, che apriranno alla città di Bressanone le porte verso il grande popolo e la grande storia cinese. La mostra entra nella prospettiva del progetto <strong>Open City Museum</strong>, e permetterà a Bressanone di vivere alcuni momenti intensi, come la cerimonia del the,il  Concerto Orientale nei giardini vescovili o il lancio di lanterne volanti, simbolo di festività nella cultura cinese (domani durante l&#8217;inaugurazione). Nei due giorni di mostra, sabato e domenica sarà invece possibile seguire visite guidate in lingue diverse, tra cui anche, ovviamente il cinese.</p>
<p>Ospite dell&#8217;inaugurazione sarà anche <strong>Monica Demattè</strong>, amica degli artisti, ma anche e sopratutto sinologa ed esperta (non solo per studi, ma anche per affinità e cuore) di cultura e arte cinese. L&#8217;abbiamo intervista, per farci raccontare della mostra, certo, ma anche della Cina oggi, che forse pensiamo di conoscere e che invece, non conosciamo affatto.</p>
<p><strong>I luoghi comuni sulla Cina e sulla “invasione” cinese nel nostro e in altri paesi, ormai sono tantissimi e spesso poco attendibili. Quale dunque il senso, secondo Lei, di un progetto come questo, che racconta storie e persone della lontana terra cinese? </strong></p>
<p>Non si conosce mai abbastanza un luogo o una cultura. L’informazione è spesso fuorviante, e dunque questo progetto, che propone alcune visioni “laterali”, artistiche e certamente meno tendenziose, ha davvero molto senso. In questo caso, inoltre, si tratta di una comunicazione che non pretende di essere oggettiva. Ma si parla di una visione sulla Cina o di due modi di relazionarsi alla Cina. Uno è quello di Thomas Sauvin, che attraverso la sua collezione di negativi sta in qualche modo ricostruendo la storia del “cinese comune”, dall’interno, nella visione della famiglia, del privato. Quella di Giovanni Melillo Kostner è invece una visione della Cina vista dall’Italia, o ancor più nello specifico, da Bressanone. Giovanni ha infatti cercato di capire chi sono questi cinesi che vivono qui e che un po’ “fanno paura” perché, fra virgolette, invadono le nostre valli.</p>
<p><strong>Tanti dunque, i falsi miti da sfatare, anche attraverso progetti come questo…</strong></p>
<p>È interessante e fondamentale sapere che il 95% dei cinesi che arrivano in Italia e in Europa, provengono da un&#8217;unica regione a sud di Shangai, Zhejiang, in particolare da Wenzhou , città costiera che ha nella sua tradizione l’emigrazione, causata dalla povertà della zona. Si tratta di una storia consolidata, e bisogna aggiungere che quando arrivano all’estero, i cinesi di quella regione sono molto coesi, ecco perché in qualche modo si “impossessano” di intere aree urbane, come è successo a Roma o a Milano. In realtà è necessario conoscere meglio e approfondire queste realtà, sarebbe come se parlando degli abitanti di Bressanone, intendessimo parlare di tutti gli italiani. In quella regione, peraltro, parlano una lingua diversa dal resto della Cina, forse una piccola analogia con Bressanone. Si tratta di una zona circoscritta, con caratteristiche particolari, sarebbe scorretto allargare la loro specificità all’intera Cina. Anche perché l’intera Cina, è come un pianeta. Il primo passo da fare, per tutti, è dunque circoscrivere.</p>
<p><strong>A Bressanone vedremo la Cina vista attraverso lo sguardo di artisti non cinesi. Ma quel’è lo status quo dell’arte in Cina oggi? E quale la specificità, artisticamente parlando, della zona della quale raccontava?</strong></p>
<p>L’arte contemporanea cinese è, sempre perché la Cina è un come un grande pianeta, difficile da circoscrivere. Da 10-15 anni, praticamente da quando è arrivata alla Biennale di Venezia nel ’99, è entrata a pieno titolo nel mercato. Non voglio fare un’equazione arte-mercato, ma va sottolineato che l’arte cinese indipendente dal mercato è molto ricca e diversificata, quella invece arcinota in Occidente, è ormai fatta di nomi molto famosi, quelli presenti in tutte le gallerie internazionali, con prezzi esorbitanti. Forse le quotazioni sono andate alle stelle in modo troppo repentino, ma in fondo, è un po’ condizione generalizzata di tutta l’arte contemporanea.<br />
Nell’area di Wenzhou ci sono direi pochi artisti, o almeno, io non ne conosco nemmeno uno. Le persone sono lì più portate al commercio, e hanno un occhio meno attento verso la cultura rispetto ad altre zone della Cina.</p>
<p><strong>Lei che conosce così a fondo la cultura e la gente cinese, cosa crede possa trovare lì di inatteso, o di diverso, “l’occidentale” di oggi?</strong></p>
<p>È necessario premettere che i cinesi di oggi non sono più quelli di una volta. Quando sono andata lì la prima volta, pensavo in modo ingenuo di trovare determinate cose che invece non ho trovato. Il cinese di oggi è imbevuto di contemporaneità, contemporaneità che conosciamo bene perché è in parte quella importata dall’Occidente. Un cosiddetto occidentale che oggi va in Cina, resta probabilmente colpito da cose che non si aspettava.<br />
Io, ormai, non ho più l’occhio di chi va alla scoperta della Cina per la prima volta. Dunque posso solo Devo dire però, che essendo una persona che privilegia su tutto i rapporti umani, in Cina continuo a trovare persone che altrettanto li coltivano. Per quanto mi riguarda la ricchezza della cultura cinese sta in questa capacità di relazionarsi con gli altri in maniera profonda e dunque di agire di conseguenza.</p>
<p>&nbsp;</p>
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		<title>FranzFashion goes FranzHunting: spotted in Bolzano</title>
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		<pubDate>Thu, 17 May 2012 15:09:35 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Jasmine Deporta</dc:creator>
				<category><![CDATA[Bloggers]]></category>
		<category><![CDATA[ZlideZhow]]></category>
		<category><![CDATA[fashion]]></category>
		<category><![CDATA[franzfashion]]></category>
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		<description><![CDATA[            Peter, Designer, London  //  Nicole, Designstudentin, Freiberg Bozen ist nun wirklich nicht für seine Fashion-Szene bekannt. Trotzdem! Wenn man sich [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><img class="alignnone  wp-image-10311" title="Peter, Designer, London  " src="http://franzmagazine.com/wp-content/uploads/2012/05/3.jpg" alt="" width="270" />            <img class="alignnone  wp-image-10336" title="Nicole, Designstudentin, Freiberg" src="http://franzmagazine.com/wp-content/uploads/2012/05/1.-Nicole-Designstudentin-Freiberg.jpeg" alt="" width="270" height="405" />Peter, Designer, London  //  Nicole, Designstudentin, Freiberg</p>
<div>
<p>Bozen ist nun wirklich nicht für seine Fashion-Szene bekannt. Trotzdem! Wenn man sich ein kleines bisschen umschaut, kann man viele tolle und gut angezogene Leute beobachten.</p>
<p>Es geht hier nicht um Hipstertum oder super trendige Sachen, sondern mehr um einen Sinn für Stil, gute Farbkombinationen und Schnitte, die die Persönlichkeiten dieser Menschen unterstreichen und hervorbringen. Wir haben uns diesmal rund um die Uni auf die Suche gemacht und sind einigen interessanten Menschen über den Weg gelaufen.</p>
<p>So sind wir unter anderem auf Bonbon – gemixt mit Neonfarben, enge Jeans, Ballerinas, Cowboyboots und auf Lack und Leder gestoßen. Aber vor allem auf 4 Menschen, die zeigen, wie vielseitig Bozen doch manchmal sein kann.</p>
<div>
<p><img class="alignnone  wp-image-10310" title="Annie, Krankenschwester, Meran" src="http://franzmagazine.com/wp-content/uploads/2012/05/21.jpg" alt="" width="270" />             <img class="alignnone  wp-image-10332" title="Lara, Designstudentin, Trient" src="http://franzmagazine.com/wp-content/uploads/2012/05/4.-Lara-Designstudentin-Trient.jpeg" alt="" width="270" />Annie, Krankenschwester, Meran   //  Lara, Designstudentin, Trient</p>
</div>
</div>
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		<title>An der Tafel König Laurins. Erwin Wurm in Bozen</title>
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		<pubDate>Thu, 17 May 2012 14:00:54 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Maximilian Lösch</dc:creator>
				<category><![CDATA[Arts]]></category>
		<category><![CDATA[ZlideZhow]]></category>
		<category><![CDATA[Erwin Wurm]]></category>
		<category><![CDATA[kunst im gespräch]]></category>
		<category><![CDATA[südtiroler künstlerbund]]></category>

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		<description><![CDATA[Von einer Tür raus in die andere Tür rein. Ich kam gerade aus der Arbeit und wartete im Laurin auf Erwin Wurm, geladener Künstler zur [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><img class="alignnone size-full wp-image-10325" title="" src="http://franzmagazine.com/wp-content/uploads/2012/05/erwin-wurm.jpg" alt="" width="610" height="366" /></p>
<p>Von einer Tür raus in die andere Tür rein. Ich kam gerade aus der Arbeit und wartete im Laurin auf Erwin Wurm, geladener Künstler zur Veranstaltungsreihe des SKB &#8220;Kunst im Gespräch&#8221;. Ich habe Susanne Barta getroffen und nach einem kurzen Wortwechsel kam er dann auch. Wir saßen in der eleganten Bar des Laurin und haben auch gleich begonnen: Er saß mir gegenüber, recht entspannt und sprach mit einem leichten österreichischen Akzent.</p>
<p><strong>Sie sind hier zu einem Gespräch eingeladen mit dem Titel &#8220;Beruf Künstler&#8221;. Was sagen Sie dazu?</strong></p>
<p>Das ist mein Beruf. Es ist der schönste Beruf, den es gibt und es ist auch der schrecklichste. Wenn man keine Achtung und kein Geld dafür erhält, ist es furchtbar, ich kenne Kollegen in meinem Alter, die immer noch von der Frau erhalten werden. Sonst ist es ein wundervoller Beruf.<br />
Es ist auch ein sehr schwieriger Beruf. Denn man hat die ganze Welt als Gegenüber, man steht der ganzen Kunstgeschichte gegenüber, man misst sich mit den Besten. Ich bin immer noch schwer begeistert von der Kunst, sie ist eine andauernde Quelle der Inspiration, ich versuch mich damit zu messen. Aber man kann eigentlich nur scheitern. Als Künstler kann man sich nicht mit dem Kleinen begnügen, das Ziel ist das Allerhöchste, was man eigentlich nie erreichen kann, aber es ist gut, dass es da ist.</p>
<p><strong>Die Kunst ist eine Quelle der Inspiration für Sie?</strong></p>
<p>Ja das ist sie. Aber mich interessiert Kunst aus allen Bereichen, aus allen Epochen, ob das jetzt tribale Kunst, die Kunst der frühen Menschen oder die der Renaissance, die ganze Kunst gehört zum Gedächtnis der Welt. Sie ist eine andauernde Quelle der Begeisterung, der Faszination, Kunst entflammt. Und das macht diesen Beruf so schwierig , eine so hohe Qualität zu erreichen.</p>
<p><strong>Ist es diese Faszination, die den Künstler antreibt?</strong></p>
<p>Ja, all das ist Inspiration, all das treibt einen Künstler an, und das kommt aus allen Bereichen, sei es Kunst, Literatur, Philosophie. Die Natur nicht.</p>
<p><strong>Die Natur ist für Sie also keine Quelle der Inspiration?</strong></p>
<p>Nein, die Natur ist für mich eine Quelle der Ruhe, der Stimmigkeit, des in sich Kehrens, es ist eine Quelle der Harmonie. Aber eine Inspiration für meine künstlerische Arbeit ist sie nicht.</p>
<p><strong>Ich habe drei mal drei Wörter herausgeschrieben, die mir in den Sinn gekommen sind, während ich ihre Arbeiten betrachtet habe. Der erste Triptychon ist: Das Zerdrücken, Hinabfallen, das Ersticken. Was Fällt ihnen dazu ein?</strong></p>
<p>Dazu fallen mir Lebensängste, die Angst vor dem Scheitern ein.</p>
<p><strong>Das ist etwas, das alle Menschen begleitet, nicht nur Künstler?</strong></p>
<p>Ja, ich glaube schon. Das ist eine Angst, die jeden begleitet. Denn jeder Mensch hat eine Vorstellung, wie sein Leben sein sollte, was man möchte, und man möchte diese Vorstellung auch erreichen. Wenn man dies nicht erfüllt, dann scheitert man.</p>
<p><strong>Das Verformen, das Schmelzen und Erhärten.</strong></p>
<p>Ich bringe damit den skulpturalen Vorgang in Verbindung. Bei einer Skulptur arbeitet man mit Massen, man nimmt entweder Masse weg oder man gibt Masse dazu. Ich sehe Masse sowohl als Materie, aber auch als soziale Masse, als soziale/politische Dimension. In meiner Arbeit habe ich immer einen sozialen Zusammenhang.<br />
Die Masse formen kommt aus der Politik. Und da kommen wir in diesen Bereich, wo entweder das Bedürfnis der Masse vor dem Bedürfnis des Individuums steht, so wie in Japan oder im Kommunismus, oder wo die Bedürfnisse des Individuums überwiegen. Und die Politik ist dieses jonglieren zwischen den Bedürfnissen des Individuums und dem der Masse.<br />
Das Individuum, die Freiheit des Individuums gilt im Westen als die höchste Errungenschaft. Und Masse und Individuum sind scheinbare Gegensätze.</p>
<p><strong>Scheinbare Gegensätze?</strong></p>
<p>Ja, denn sie heben sich auf, die Bedürfnisse des Individuums hören dort auf, wo die Bedürfnisse der Masse beginnen. So wie die Bedürfnisse von Mehrheiten und Minderheiten&#8230;</p>
<p><strong>Dann habe ich hier noch: Das Absurde, das Lustige und Tragische.</strong></p>
<p>Es freut mich, dass Sie das Lustige und das Tragische in einem Atemzug nennen, da für mich das Lustige nicht etwas ist, was ich gewollt habe, es hat sich ergeben. Ich spreche gerne Situationen durch Zynismus an. Zynismus so definiert: mit Distanz auf ein Ereignis schauen, als ob es mich nichts angehen würde und aus einer etwas anderen Perspektive, aus einer ungewohnten Perspektive.<br />
Ich vermische oft auch anthropomorphe und technologischen Formen, wie meine Arbeit &#8220;Fat Convertible&#8221;. So entstehen viel diese besonderen Formen, und die Leute finden es lustig und lachen, was aber eigentlich nicht mein Ziel ist<br />
Ich wollte eigentlich ursprünglich Maler werden, man hat mich aber auf der Akademie bei den Malern nicht genommen. Ich wurde zu den Bildhauern gesteckt. Es war eine dramatische Wende für mich, ich habe mich gefragt, was das bedeuten kann. Ich habe mich auf eine Reise begeben und habe das Grundprinzip des Bildhauens selbst hinterfragt um eine andere Ebene des Bildhauens zu finden.<br />
Wenn ich zunehme, oder wenn ich abnehme, zum Beispiel, ich also mit meinem Volumen arbeite, dann ist das Bildhauerei.<br />
Und dann wollte ich die Bildhauerei mit den Themen unserer Zeit verbinden. Ist es möglich, dass die Bildhauerei soziale Fragen aufnimmt und sie mit bildhauerischen Themen zu belegen, war meine Frage. Ich habe mich dann mit verschiedensten Themen auseinandergesetzt, wie dem Gesundheitswahn, dem Jugendkult, Arbeit und Spiel, politischem Handeln/Korrektheit und vielem mehr.<br />
Es gibt ja die Tendenz heutzutage zu sagen, alles was sich der Mensch vorstellen kann, das kann man auch realisieren. So wie z. B. die Idee des Beamens aus Star Trek. Vor Kurzem ist es Wissenschaftlern gelungen, ein Neutrino durch eine Stahlplatte zu beamen.<br />
Und hier findet sich auch der gebogene Bus wieder. Die Arbeit heißt &#8220;Telekinetisch gebogener Bus&#8221;.<br />
Sie können sich vielleicht an den ganzen Hype um Uri Geller erinnern, der Löffel gebogen hat und Uhren zu stehen gebracht hat. Das war eine richtige Massenhysterie. Also habe ich Uri Geller geschrieben und habe ihn gefragt, ob er einen Bus biegen kann. Ich habe natürlich nie eine Antwort erhalten. Ich habe also weiter recherchiert und bin auf einen Yogi gestoßen, der ebenfalls angab telekinetische Kräfte zu besitzen und der hat gesagt, er kann das machen. Er hatte ein paar Bedingungen:<br />
Es kostet 2.000 €, er braucht ein Business Class Ticket, es muss Nacht sein, es müssen viele positiv gesonnene Menschen anwesend sein, die in einem Kreis um den Bus stehen und es darf keine Elektrizität fließen, also keine energetischen Störungen.</p>
<p><strong>Ja und haben Sie ihn dann eingeladen?</strong></p>
<p>Das bleibt ein Künstlergeheimnis.</p>
<p><strong><em>(ich lache)</em> So zum Abschluss, drei Momente in Ihrem Leben, die wichtig für Sie als Künstler waren.</strong></p>
<p>Das erste waren die <em>One Minute Sculptures</em>, die aus einem Prozess kontinuierlicher Radikalisierung hervor gekommen sind und die Kurzlebigkeit der Kunst thematisieren.<br />
Dann als die <em>One Minute Sculptures</em> in einem Video der Red Hot Chili Peppers verwendet wurden, das hat meine Arbeit weit über die Kunstwelt hinaus katapultiert.<br />
Und zum Schluss die Rückkehr zum klassischen Thema der Bildhauerei, zurück zum Objekt.</p>
<p><strong>Wollten Sie in den <em>One Minute Sculptures</em> die Hektik der Modernen Welt ansprechen?</strong></p>
<p>Im Nachhinein könnte man das sagen. Damals war es aber eine kontinuierliche Reduzierung der Skulptur, bis zum ganz radikalen, wo dann die Skulptur nur noch einen Moment existiert, also vielleicht 10 Sekunden, habe dann aber, um dem Ganzen ein Logo zu geben, den Namen <em>One Minute Sculptures</em> geprägt.</p>
<p><strong>Was meinen Sie mit dem klassischen Thema der Bildhauerei?</strong></p>
<p>Also zurück zum Objekt, zur Skulptur. Aber schauen Sie, ich habe immer mit einer sehr breiten Basis gearbeitet, die ich parallel weiterentwickelt habe. Das 3D-Objekt, die Performance, Foto und Video, Text und Zeichnung. Sie laufen immer parallel, das Publikum hat dann den Fokus auf einen bestimmten Aspekt gelegt.</p>
<p><strong>Und könnten Sie einen roten Fade aufzeigen, der sich durch ihre ganze Arbeit zieht?</strong></p>
<p>Ich entwickle mich andauernd weiter. Es gibt ja zwei große Typen von Künstlern, die einen, die immer das selbe machen und die anderen, die sich andauernd verändern. Ich gehöre zu letzteren. Ich versuche immer das Neue aufzureißen, in konstanter Veränderung zu sein.<br />
Ein weiterer Aspekt, der sich durch meine ganze Arbeit zieht, ist das Hinterfragen des Kulturellen, das Thema der Haut, das Verhältnis von Volumen und Oberfläche, das Verhältnis von biologischer/anthropomorpher und geometrischer Form.</p>
<p>Dann war die Zeit auch schon um, wir hatten nur eine halbe Stunde Zeit, jetzt war ein weiteres Interview geplant. Mich hat&#8217;s sehr gefreut, vielen Dank!</p>
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		<title>Secondo week end nel CRATere della performing art</title>
		<link>http://franzmagazine.com/2012/05/17/secondo-week-end-nel-cratere-della-performing-art/</link>
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		<pubDate>Thu, 17 May 2012 13:56:50 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Anna Quinz</dc:creator>
				<category><![CDATA[On Stage]]></category>
		<category><![CDATA[ZlideZhow]]></category>

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		<description><![CDATA[Secondo week end all’insegna di arte, umanità e teatro, con la rassegna CRATere. Da Rovereto a Merano, passando per tanti altri luoghi, il festival fortemente [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://franzmagazine.com/wp-content/uploads/2012/05/128.jpg"><img class="alignnone size-full wp-image-10320" title="1" src="http://franzmagazine.com/wp-content/uploads/2012/05/128.jpg" alt="" width="610" height="404" /></a></p>
<p>Secondo week end all’insegna di arte, umanità e teatro, con la rassegna <strong>CRATere</strong>. Da Rovereto a Merano, passando per tanti altri luoghi, il festival fortemente voluto e ideato da Nazario Zambaldi sta proponendo in regione stimoli e visioni sull’arte performativa, del territorio e nel territorio, e sui suoi efficaci incroci e scambi con altre aree di creatività e produzione artistica.</p>
<p>Nel secondo week end, tanti e diversificati gli appuntamenti (vedi sotto programma completo). Tre però, una per ogni giorno, le cose che vorrei sottolineare.</p>
<p>Venerdì. La performance incontra gli spazi museali di <strong>Museion Passage</strong>, a segnale che proprio gli incorci e gli scambi tra aree di creatività è possibile e fruttifera. Un lugo votato all’arte, come Museion, può e deve aprire le proprie porte ad altre forme espressive che portino un ulteriore imput al concetto di hic et nunc tanto caro, storicamente, al mondo performativo e sempre più vicino anche alle pratiche dell’arte. A muoversi negli spazi del piano terra del Museion, circondati dalle suggestive pareti vetrate che aprono l’orizzonte verso la natura da un lato e verso l’ambiente urbano dall’altro, saranno i performer di <strong>Pathosformel</strong>, gruppo  di performing art che fa parte della Factory di Centrale Fies (prima anche la presentazione della rivista “Rivista”). Il lavoro che porteranno a Bolzano è “La Prima Periferia”. Racconta la nota di regia: “<em>uno studio sulle possibilità motorie del corpo e sulle infinite declinazioni dei suoi gesti e movimenti. Tra arte concettuale e teatro, il lavoro si ispira al clima di sperimentazione scientifica di fine Settecento, realizzando un’indagine del movimento svuotato di intenzioni, contenuti e impulsi volontari. Tre modelli anatomici costruiti artigianalmente, che si muovono seguendo le descrizioni di posizioni e gesti del corpo redatte dell’abate Andrea de Jorio nel 1832, realizzano un suggestivo intreccio di arti e giunture umane che incarnano una fisicità visionaria e frammentaria e diventano il veicolo di una performatività al contempo fisica e astratta, di irresistibile fascino e delicata poesia</em>”.</p>
<p>Sabato. È la giornata di <strong>Merano</strong>. La piccola cittadina pigramente affacciata sul Passirio, da sempre mette in gioco (molto più di Bolzano, cosa da sottolineare sempre, e da tenere bene a mente, ahimè, per noi bolzanini) un reticolato e articolato sistema di connessioni e sinergie davvero invidiabile. I mondi, più o meno istituzionali, più o meno creativi, più o meno mondani, lì si incontrano e si uniscono, e soprattutto lavorano insieme, senza (almeno questo è il percepito, da outsider) attriti o inutili invidie e concorrenze. Dunque, CRATere, si inserisce e si mischia con l’Accademia di Studi italo tedeschi, che ospita un convegno su simbolo e forma nel luogo e nel concetto di “teatro” (in questa occasione, si incontreranno tra loro la filosofia, la psicologia, l’arte e il teatro); con il Centro per la cultura dove si potrà ascoltare la “<strong>Lecture Radio”</strong> di Alessio Kogoj (“<em>Come essere in ascolto di una diretta radio tra dediche, ricordi appassionati, canzoni dimenticate e stupende hit indimenticabili che hanno fatto la storia musicale italiana. 2 ore di sound, parole d’amore, saggi consigli della sera, illuminati pensieri, previsioni meteo, ultime news, tanta leggerezza e un briciolo di nostalgia</em>”); e per finire, con l’arte, e la Galleria del visionario <strong>Erwin Seppi</strong>, che ospiterà la pièce “<strong>Maia</strong>”.<br />
Persone e luoghi che si incontrano, in una città sempre aperta ad allungare una mano e ad accogliere esperienze collettive diverse anche lì dove non ci si aspetterebbe.</p>
<p>Domenica. Il <strong>bunker</strong>. Si tratta del “bunker d’arte” di Matthias Schönweger, a Oltrisarco. Luogo inedito per l’arte e la performance, luogo di memoria e di storia, luogo che pochi hanno penetrato e che hanno ora l’occasione di farlo. In questa location imperdibile (alla performance si accede solo su prenotazione) andrà “in scena”, “<strong>Amos</strong>” (di Andrea Rossi, con Nazario Zambaldi, suono di Stefano Bernardi e regia di Alessio Kogoj). È la storia di Amos, appunto, un cecchino, in trappola, sottoposto all&#8217;interrogatorio, accecato dalla luce. Ma Amos è anche il guardiano del muro che separa le persone, quelle che stanno &#8220;di là&#8221; e quelle che stanno &#8220;di qua&#8221;. Lasciando liquefarsi il concetto di quarta parete teatrale, entra in gioco però anche una separazione – il muro – che è più interiore che esteriore, sparpagliando le carte, e ponendo in questione il concetto antico e sempre attuale di “divide et impera”.</p>
<p>Il programma del week end, nel dettaglio:</p>
<p><strong>Venerdì 18 maggio<br />
</strong>Bolzano, MUSEION Passage<br />
ore 19 <strong>&#8220;RIVISTA&#8221;</strong> con Flavio De Marco, Pietro Babina, Jonny Costantino<br />
ore 20 <strong>&#8220;La Prima Periferia&#8221;</strong> con Pathosformel (Paola Villani e Daniel Blanga Gubbay)</p>
<p><strong>Sabato 19 maggio<br />
</strong>Merano, Accademia di Studi italo tedeschi<br />
ore 9 – 13 <strong>“Mnemosyne. Il simbolo e la forma”</strong> conferenza</p>
<p>Merano, Centro Teatro, Centro per la Cultura, terrazza<br />
ore 18 <strong>“Lecture radio”</strong> teatro lounge di e con Alessio Kogoj</p>
<p>Merano, ES contemporary art gallery<br />
ore 20 <strong>&#8220;MAIA&#8221;</strong> di Nazario Zambaldi, ospita<strong> &#8220;Deja vu&#8221;</strong> con Flavio De Marco e <strong>&#8220;O&#8221; </strong>con Alessio Kogoj</p>
<p><strong>Domenica 20 maggio<br />
</strong>Bolzano, bunker via maso della Pieve<br />
ore 18 <strong>“AMOS”</strong> di Andrea Rossi, con Nazario Zambaldi, suoni Stefano Bernardi, regia di Alessio Kogoj</p>
<p><a href="www.crat.it" target="_blank">www.crat.it</a></p>
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		<title>Den schwarzen Hund kann man nicht töten. Les Murray in Lana</title>
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		<pubDate>Thu, 17 May 2012 13:00:46 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Christine Kofler</dc:creator>
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		<category><![CDATA[bücherwürmer]]></category>
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		<description><![CDATA[Im kleinen Lana las am 15. Mai ein ganz Großer aus seinem neuen Buch: Les Murray. Der Lyriker, der 1937 in New South Wales geboren [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><img class="alignnone size-full wp-image-10253" title="" src="http://franzmagazine.com/wp-content/uploads/2012/05/les-murray.jpg" alt="" width="610" height="502" /></p>
<p>Im kleinen Lana las am 15. Mai ein ganz Großer aus seinem neuen Buch: Les Murray. Der Lyriker, der 1937 in New South Wales geboren wurde, wird immer wieder als Kandidat für den Literaturnobelpreis gehandelt. Seine deutsche Verlegerin Margitt Lehberg übersetzte „Killing the Black Dog“, das in Australien, der Heimatstadt des Poeten zum Bestseller wurde, behutsam ins Deutsche. Im Rahmen der Veröffentlichung der deutschen Neuerscheinung unternahm Murray mit seiner Verlegerin eine Lesereise – und der Verein der Bücherwürmer holte den Dichter, der vor allem mit seiner Naturlyrik beeindruckt, nach Lana.</p>
<p>Waren die vergangenen Bände von Murray der „Repoetisierung der Welt“ gewidmet, wie ein Kritiker schrieb, erhellt das neue Werk zu einem großen Teil das Schaffen und Leben von Les Murray selbst. Sein immer wiederkehrender Begleiter – der Murray auch zum Schreiben antrieb – war der „black dog“, auch Depression genannt. „Man könne leicht über das Schreiben als Therapie die Nase rümpfen“, sagte der Dichter einmal, „doch seien sie einmal krank genug, dann ist es vorbei mit dem Snobismus“.  Schonungslos offen erzählt er in seinem Essay über seine Krankheit. Murray schafft es in seinem Werk, der Krankheit Depression, die dem Leidenden Ausdruck und Klarheit nimmt, sie gewaltsam entzieht, im Nachhinein eine Form, eine Sprache zu geben, die eine Brücke schlägt zwischen der Isolation des Depressiven und der Außenwelt. „Mein Hirn“ so beschreibt der Autor seine depressiven Phasen „kochte mit einem Wirrwarr von Dingen über, die es sich nicht lohnt, Gedanken oder Bilder zu nennen: Es erinnerte eher an in reinem Schmerz marinierten, gehäckselten Seelentang.“ Und weiter: „Es gab Tage, wo ich den gesamten Vor- oder Nachmittag mit dem Versuch verbrachte, die Energie aufzubringen, um im Nebenzimmer ein Buch zu holen.“</p>
<p>Mit Xanax und der Poesie als klare Disziplin hält Murray auf  Lesereisen seinen „schwarzen Hund“ auf  Distanz, Scheinherzattacken und Tobsuchtsanfälle gehörten zu seinem Leben. In seinem Essay geht er den Ursachen der Depression auf den Grund, spürt Schritt für Schritt die verschütteten Quellen des Schmerzes auf, der immer wieder an die Oberfläche quillt, mal als dünnes Rinnsaal, mal als gewaltige Flut.</p>
<p>Der zweite Teil des Buches besteht aus Gedichten, die düster sind, aber auch erhellend. Die einen Lichtkegel werfen auf das Schaffen und Leben dieses Meisters englischer Sprache und auch deshalb wichtig und notwendig waren. Der Dichter schreibt in seinem Essay, der englische Titel „Killing the black dog“ sei schlecht gewählt, weil man den Kampf gegen den schwarzen Hund nicht gewinnen kann. Doch vielleicht kann man in bannen, ganz so wie in den Märchen dadurch,  dass man den Namen des bösen Zauberers ausspricht und ihm damit ein Stück seiner Macht nimmt. Murray hat diesen Schritt gewagt und macht damit vielen anderen Mut, es ihm gleich zu tun.</p>
<p><strong>Les Murray im Interview: </strong></p>
<p><strong>Ihr neues Buch „Der schwarze Hund“ enthält ein sehr persönliches Essay. Ist es Ihnen schwer gefallen, so viele persönliche Details aus Ihrem Leben, Ihrer Kindheit und Jungend, ihrer Leidenszeit mit der Depression einem so breiten Publikum bereitzustellen? Und was hat Sie motiviert, dieses Essay zu schreiben und zu veröffentlichen?</strong></p>
<p>Les Murray: Ich wollte darstellen, wie es mir und vielen anderen geht. Die Depression ist die am weitesten verbreitete Geisteskrankheit der Welt. Trotzdem glauben die Opfer der Krankheit oftmals ganz allein zu sein. Ich persönlich war froh, wenn man mir erklärte, dass ich nicht der einzige mit dieser Krankheit war – dass ich nicht allein bin. Obwohl ich als Einzelkind und Asperger-Erkrankter für die Einsamkeit gut ausgestattet war.</p>
<p>Ich habe zwei Phasen von Depression erlebt: Einmal im Alter von 20 Jahren, dann noch einmal mit 50 Jahren. Während der ersten Phase, die zwei Jahre gedauert hat, bin ich meine Bücher, meine Schreibmaschine und alles los geworden und zwei Jahre lang über das Land geschwebt, durch Australien getrampt. Die zweite Phase war sehr stark, es waren schlechte Tage. Es scheint so, dass die Krankheit viele Schriftsteller ereilt. Heitere Leute sind wir nicht.  Vielleicht, weil wir mehr sehen und unsere Vorstellungen von der Welt an der Wand des Lebens zerschellen. Wir Schriftsteller sind vielleicht dem Orakel am nächsten.</p>
<p><strong>Auf der Tare High Scool haben Sie ihre Lehrer mit australischer Poesie und englischer Literatur versorgt. Dadurch, schreiben Sie, „verschafften sie mir Eintritt zu einer Kunstform, von der sie vielleicht ahnten, dass sie mich retten könne, obwohl meine mir unbewusste Begabung dafür vielleicht meine Misere mit verursachte.“ Hat Sie das Schreiben gerettet? Ist es Fluch und Segen zugleich? Hilft Schreiben, die Angst zu vergessen?</strong></p>
<p>Ja, das Schreiben hat mir geholfen. Ich habe zur Krankheit gesagt, du bringst mich zum Weinen, dann bringe ich dich auch zum Weinen. Ich ringe dir deine Geheimnisse ab. Während eines depressiven Schubes habe ich Freddy Neptune geschrieben. Es gab Gedichte – nachdem ich sie geschrieben hatte, ging es mir besser. Schreiben als Therapie wird oft belächelt – doch wenn es dir wirklich schlecht geht, wenn du verzweifelst, wenn in deinem Kopf nur mehr glänzende Scherben sind, dann nimmst du alles an, was dir helfen könnte.</p>
<p><strong>Nachdem Sie 1996 aufgrund eines Leberabszesses ins Koma gefallen sind, hat sich der schwarze Hund einige Zeit zurückgehalten…</strong></p>
<p>Oh ja, ich habe drei Wochen im Koma verbracht. Das war ein Leben ohne Erleben. Ich dachte, eine halbe Stunde wäre vergangen. In Wirklichkeit waren es drei Wochen. Meine Frau hat drei Wochen an meinem Bett ausgeharrt, für sie war es eine lange Zeit. Als ich wieder zu mir kam, hatten sich meine Muskeln zurück gebildet. Ich fragte nach einer chinesischen Suppe. Meine Aborigines-Tante, die noch nie in einem chinesischen Restaurant war, brachte mir eine, später brachte mir meine Frau noch eine. Ich aß sie, und danach ging es mir besser.</p>
<p><strong>Seit wann schreiben Sie? </strong></p>
<p>Ich schreibe regelmäßig seit etwa 50 Jahren. Die Gedichte haben immer Vorrang, auch wenn auf meiner Farm andere Dinge zu erledigen sind. Die Tiere meines Verwandten weiden auf unseren Wiesen. Ich schreibe mit der Hand und ich tippe auf meiner Schreibmaschine. Es wird immer  schwieriger, die Bänder dafür zu bekommen.</p>
<p><strong>Margitt Lehbert, zugleich Verlegerin und Übersetzerin von Les Murrays Werke ins Deutsche, wie kamen Sie mit Les&#8217; Werken in Kontakt?</strong></p>
<p>Margitt Lehbert: Durch ein Stipendium des Hanser-Verlages konnte ich nach Australien reisen, um an der ersten deutschsprachigen Ausgabe von Murrays Gedichten zu arbeiten (1996). Les und seine Familie luden mich ein, bei ihnen auf der Farm zu wohnen. Durch das direkte Erleben von Les&#8217; Umfeld und seiner Sprache, des australischen Idioms, konnte ich die Gedichte genauer und besser übersetzen. Ich blieb einen Monat auf der Farm und trampte dann noch ein wenig durch Australien. Dies hat mir sehr geholfen, Les&#8217; Werke besser zu verstehen.</p>
<p><strong>Die deutsche Presse, beispielsweise &#8220;Die Zeit&#8221;, lobt Ihren Sprachfuror und Ihre Originalität bei jedem neuen Buch das erscheint, immer wieder in höchsten Tönen. Sie schreiben in „Der schwarze Hund“, dass Sie von den Intellektuellenkreisen in Australien regelrecht gehasst wurden. Der Chefredakteur der einzigen überregionalen Tageszeitung ließ von den eigenen Mitarbeitern Leserbriefe gegen Sie schreiben. Warum?</strong></p>
<p>Les Murray: Ja, praktisch, nicht? Wenn man das gleich selbst macht. In Australien wollte man meine Gedichte dem großen marxistischen Epos unterordnen. Die Eitelkeiten einer neuen Elite wollten befriedigt werden. Die linke, weiße Aristokratie sah sich als legitime Nachfolger der weißen Siedler und nahmen für sich das alleinige Wort in Anspruch. Mir gefiel das nicht.</p>
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		<title>Grenzgänge – ein sprachlich kultureller Streifzug</title>
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		<pubDate>Thu, 17 May 2012 09:00:22 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Wolfgang Nöckler</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Ich back&#8217; mir mal eine sprachlich interessante Wortmischung, in der Kulturbackstube Innsbruck, kann sich der interessierte Zuhörer gedacht haben bei einer Veranstaltung der bestimmt anderen [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><img class="alignnone size-full wp-image-10277" title="" src="http://franzmagazine.com/wp-content/uploads/2012/05/DSCN9947.jpg" alt="" width="610" height="338" /></p>
<p>Ich back&#8217; mir mal eine sprachlich interessante Wortmischung, in der <strong>Kulturbackstube Innsbruck</strong>, kann sich der interessierte Zuhörer gedacht haben bei einer Veranstaltung der bestimmt anderen Art am Abend des 14. Mai. Es war geladen worden zu einem sprachlich kulturellen Streifzug über die Grenze nach Süden. Den viel befahrenen Alpenpass überfahrend kommen wir also nach und durch Südtirol, doch wir betätigen die Bremse nicht. Non ancora.</p>
<p>Zu Beginn sprach uns (aus <strong>Marco Russo</strong>s Mund) Wittgenstein vom Sprachen bauen. Russo, Mitarbeiter der Universität Innsbruck, Theologe, Philosoph und immer wieder im Innsbrucker Kulturleben aktiv erwähnte zuerst Grenzen des Politischen, des Sprachlichen, danach wurde sprachlich <em>grenzgegangen</em>. Der Veranstalter Russo, der später auch gekonnt und mit Charme durch den Abend führte und vom italienischen ins deutsche Boot <em>über</em>setzte, sprach in seiner Einführung von Grenzen, die statt immer bloß Barrieren, auch Austausch ermöglichen. Und in diesem Sinne begab sich eine, nun, überschaubare Ansammlung von Interessierten auf die Spuren der sprachlichen Eigenarten in die<strong> Gebiete Friaul und Südtirol</strong>.</p>
<p>Da wir in Südtirol nicht gebremst haben, sind wir zuerst ins Friaulische gelangt. Ciao Friuli.</p>
<p><strong>Federico Vicario</strong>, Sprachwissenschaftler von der Universität Udine gab einen interessanten Einblick in die sprachliche Besonderheit, die Wurzeln, den Gebrauch des <strong>Friulianischen</strong>. Details zu erwähnen, würde den Rahmen sprengen, Kuriositäten hingegen bleiben eher hängen. Jemandem wie mir, der der Sprache wahrlich nicht abgeneigt ist, gefallen fremde Klänge, fonologische Unterschiede, und es meldet sich immer wieder ein Gedanke im Hinterkopf: He, das kennst du! Sprachliche Besonderheit, Hallo! Ach so, ja. Die Wurzeln gehen tief. Und die Wortpferde noch mit mir durch, wenn ich sie nicht… Wussten Sie zum Beispiel, dass <em>brutt</em> oder <em>brut</em> – je nach dem, wie lang in der Aussprache der Vokal klingt, völlig anderes bedeuten kann? Das <em>brut</em> mit kurzem <em>U,</em> kennt man, wäre mit dem italienischen <em>brutto</em> gleichzusetzen. Ist das <em>U</em> aber lang, dann spricht uns der Begriff von einer Schwiegertochter. Doch es geht noch weiter. Auch bezugnehmend auf die tiefgehenden Wurzeln des Friulianischen (teilweise keltisch, teils aus römischer Besiedelungszeit) wurde mit dem Lang-U-brut, das nicht zufällig Ähnlichkeiten damit aufweist, die spezielle Form einer <em>Braut</em> bezeichnet, nämlich die germanische Braut eines römischen Soldaten. Hört hört. Etwa eine halbe Million Menschen spricht das Friulianische heute und auch hier werden wieder die Parallelen deutlich, die auch wir Südtiroler aus eigener Erfahrung kennen. Oder zumindest aus der Kenntnis eigener Geschichte. Vicario erläuterte, dass es Regelungen zum Gebrauch dieser Minderheitensprache seit einigen Jahrzehnten gibt (etwa in öffentlichen Ämtern), seit etwa 15 Jahren wird sie auch wieder in den Schulen benutzt. Dann aber korrigiert er sich: Nein, Regelungen zum Gebrauch der Sprache habe es eigentlich erstmals vor etwa 100 Jahren gegeben – unter dem italienischen Faschismus war das erklärte Ziel jedoch ein anderes – und zwar das gleiche wie in Südtirol: das Ausmerzen der Sprachinseln. Heute, zum Glück, geht es um den Schutz, um die Pflege eines alten Gutes.</p>
<p>Auch mit <strong>Angela Felice</strong> blieben wir im <strong>Friaul</strong>. Doch zu uns ins Boot stieg <strong>Pier Paolo Pasolini</strong>. Die Leiterin des Studienzentrums Pasolini in Casarsa berichtete über die sprachliche Betätigung des künstlerischen Allrounders in seiner Wahlheimat Casarsa. <em>Il suo era un innamoramento acustico</em> – er ließ sich schon als junger Mann vom Klang des Friulano begeistern und war in der Folge der erste, der die Sprache verschriftlichte, der einen Gedichtband herausbrachte über die <em>piccola patria friulana</em>: <em>Poesie a Casarsa</em>. Im Erscheinungsjahr 1942 eine doppelte Ausnahme. Verschiedene Motivationen trieben den berühmten Dichter, Denker und Regisseur an, die gewissermaßen aus der Mutterbrust gesaugte Sprache, die Stimme einer archaischen Welt, politische Motive oder anthropologische – und ich kann PPP sehr gut verstehen. Sie kennen das doch bestimmt auch, nicht wahr? Da muss man nicht immer an so etwas Vergemeinschaftetes denken wie das sexy Französisch aus dem Munde einer schönen Frau (ja, auch, aber!), nein, auch jahrhundertelang kaum veränderte, gewissermaßen <em>Ur</em>sprachen, wie die verschiedenen Dialekte, können in ihrem Klang, in ihrer Melodie eine große Faszination ausüben. Ich bin vielleicht etwas befangen, dennoch möchte ich das Beispiel der Unzahl an Umlauten im Teldrarischen anführen. <em>Söüwö</em>? Ist doch spannend. Und ein paar Kilometer weiter bereits obsolet.</p>
<p>Apropos ein paar Kilometer weiter: Nach den Pasolinischen Streifzügen kehrten wir nach Südtirol zurück. Wobei uns ein Weltbürger (kein klassischer Einheimischer) den Fremdenführer machte: <strong>Kurt Lanthaler</strong>, Autor mit Lebensmittelpunkten in Berlin und Zürich, aber unverkennbaren Südtiroler Sprachzeichnungen am persönlichen Atlas präsentierte einen Text zwischen Literatur und Sprachwissenschaft. Ein Bekenntnis mit Fußnoten. Über ein gewissermaßen touristisches Interesse sollte er hinausgehen, der Sprachgebrauch auch fremder Sprachen im Literarischen. Lanthaler kann auch, seinerseits, einen gewissen Missbrauch nicht ausschließen, neben dem Gebrauch, denn so etwas kann passieren, wenn man sich in die Gefahr begibt eine Nichtmuttersprache (vielleicht eine Onkel-, eine Großmuttersprache) mit hereinzuholen in die Texte. Aber selbst das nur fast Richtige in dessen Gebrauch (welches Native Speaker mit einem wissenden Lächeln kommentieren mögen) kann nur ein Mehrgewinn sein. Denn, wie Marco Russo am Anfang sagte: lieber Austausch als Abgrenzung. Und daher verwundert es nicht, dass Lanthalers Prosa oftmals ein Glossar vorangestellt wird, in dem erklärt ist, wieso die fremden Begriffe im Fluss baden. Wieso der Textfluss mehr als ein <em>Ciao</em> und ein <em>magari</em> enthält. Weil das die Realität darstellt, deshalb. Und weil die Wahrheit den Menschen zumutbar ist.</p>
<p>Ja, so war das. Und mir selbst, als Abordnung einer Minderheit aus der Minderheit inmitten einer Minderheit (denn gewissermaßen sind wir das doch alle) kamen nicht bloß einmal Gedanken in den Sinn, die mir bestätigten: genau, deshalb. Denn ehrlich gesagt, habe ich das auch stets so empfunden: Grenzen oder mehrere Kulturkreise, das muss nicht bedeuten, dass man sich abgrenzen muss, sich irgendwo zugehörig fühlen und das Andere als das Fremde (vulgo: die Gefahr) empfinden. Im Gegenteil: man hat die Möglichkeit aus mehreren Töpfen zu naschen. Na, wenn das kein Mehrgewinn ist.</p>
<p>Und ja, Naschen konnte man auch: Schlemmen, vielmehr, denn zum Abschluss kehrten wir tief ins Tirolerische zurück. Knödel wurden gereicht, dazu ein Tris von Ziehharmonika, Gitarre und Geige mit Tirolermusik, die Richtung Herbert Pixner abbog. Ein ungewöhnlicher Abend mit vielen Sprachen in der fantastischen Kulturbackstube in Innsbruck, die bekannt ist für allerhand Alternatives. Weiter so, alle zusammen. Gerne wieder mal dabei, ich.</p>
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		<title>Giardini di Mirò sabato al R&#8217;n&#039;R Club. Da Cavriago all&#8217;Europa! L&#8217;intervista</title>
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		<pubDate>Thu, 17 May 2012 08:39:06 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Marco Bassetti</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Gruppo di punta della scena indipendente nostrana, i Giardini di Mirò sono uno dei gruppi più rappresentativi del rock italiano in Europa. Con la loro [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><iframe width="610" height="343" src="http://www.youtube.com/embed/-0IKOIwGoVU?fs=1&#038;feature=oembed" frameborder="0" allowfullscreen></iframe></p>
<p>Gruppo di punta della scena indipendente nostrana, i <strong>Giardini di Mirò</strong> sono uno dei gruppi più rappresentativi del <strong>rock italiano in Europa</strong>. Con la loro originale ricerca sulla forma canzone – <strong>tra post-rock, noise, post-punk, dream pop e canzone d’autore</strong> – hanno saputo valicare i confini nazionali, realizzando collaborazioni con  <strong>Hood, Dntel, Isan, Piano Magic</strong> e tanti altri. Da Cavriago (comune di 9mila abitanti della provincia reggiana) la visuale può essere molto ampia! Sabato i Giardini suoneranno al <strong>Rock’n’Roll Club</strong> di Bolzano, abbiamo intervistato <strong>Corrado Nuccini</strong> (chitarra, voce), uno dei fondatori del progetto nel lontano 1995.</p>
<p><strong>Il vostro concerto si inserisce in un momento particolare, il locale presso cui suonerete sabato ha cancellato 12 date per scarsa affluenza di pubblico e si dibatte molto sull’accaduto. Girando l’Italia a fare concerti, qual è il vostro sentore in merito al movimento della musica live? C’è vita, c’è speranza?</strong></p>
<p>Per noi questa è la prima uscita live da quando è esplosa quella che ormai tutti conoscono come crisi. Indubbiamente i chiari di luna si vedono, la difficoltà c’è e c’è un po’ in ogni settore, quello musicale compreso. In situazioni di difficoltà come questa il pericolo è che si riproponga la barbarie, sotto forma anche di involuzione culturale. Apprendere questa notizia dispiace anche a noi… Noi guardiamo a voi come un  modello di riferimento, per quelle che sono le questioni culturali e sociali. Se la situazione è difficile anche da voi, questa è l’ennesima riprova che stiamo attraversando una crisi profonda su molti fronti. Ovviamente dalla vicenda di un singolo locale non si possono trarre conclusioni universali, ma da quello che vediamo in giro si può rintracciare un filo conduttore. Ad esempio è evidente che le band abbiano difficoltà a muoversi per via dei costi di autostrada e benzina. Questo aspetto, che pare banale, per molti è decisivo.</p>
<p><strong>Ma al di là della crisi, volendo fare un po’ di antropologia da bar, anzi da web… Non stiamo assistendo, a tuo avviso, anche a una evoluzione di tipo culturale. Con internet, Youtube, I-Tunes, i talent-show, che spazi ci sono oggi per la musica live?</strong></p>
<p>La situazione è complessa ed è difficile fare un’analisi lineare. Oggi “live” significa tante cose diverse… La mia impressione è che abbassandosi i livelli di “protezione sociale”, per cui ci sono sempre meno possibilità di fare cose sotto il grande cappello dell’amministrazione pubblica, ognuno ha la facoltà, e la necessità, di autodeterminarsi. Credo che la crisi offra una possibilità importante, quella di ricostruire degli spazi collettivi. Oggi i momenti di condivisione sono fondamentali e, per quanto ci riguarda, l’entusiasmo non manca. Per noi è importante stringere i denti e portare avanti il nostro discorso musicale indipendentemente dalle difficoltà contingenti. È comprensibile poi che, in una situazione di recessione, quelli che hanno nella musica un’attività economica, come ad esempio i club, vanno a cercare le cose un po’ più semplici, cose che probabilmente sono più sicure. Ma per il fatto che esista questa “via maestra” non vuol dire che non si possano provare ad esplorare vie più nascoste e meno al sole. In questa direzione si possono incontrare grandi sorprese e conoscere tante persone mosse da passioni autentiche… Per fortuna la musica è tutto questo. Non dimentichiamoci che la musica ha un’importantissima funzione aggregativa, è un momento di condivisione fondamentale. È uno di quei mondi da cui possiamo ripartire per creare spazi di aggregazione. Purtroppo tutto dice, in questo momento, che stiamo andando in direzione contraria, ma noi nel nostro piccolo cerchiamo caparbiamente di portare avanti la nostra missione.</p>
<p><strong>Venendo ai Giardini di Mirò… Dal 95 ad oggi avete seguito una particolare evoluzione. Dal disco d’esordio Rise and Fall of Academic Drifting (2001), collocato nell’alveo ampio del post-rock, vi siete mossi nella direzione di un’originale forma canzone, sempre obliqua e sperimentale, fino ad arrivare al vostro ultimo lavoro, Good Luck (2012), sospeso tra power-pop e canzone d’autore. Come spieghi questa parabola?</strong></p>
<p>Quello che dico sempre è che i gruppi non sono mossi dal desiderio di saltare da uno scaffale all’altro del negozio di dischi, passando ad esempio dal post-rock al rock tradizionale. Noi siamo in sei e la nostra musica è sempre il prodotto di quello che riusciamo in quel momento a tirare fuori. La nostra musica attuale è là dove ci hanno portato la nostra storia, la nostra vita, le esperienze personali di ciascuno di noi. I riferimenti sono la scintilla iniziale per formare un gruppo, ma poi quando si inizia a suonare ci si muove verso un orizzonte proprio. Poi il nostro percorso si è sempre mosso un po’ al di là di queste etichette, abbastanza a margine rispetto alle correnti, anche perché viviamo in provincia e non siamo al centro dell’attualità. Noi abbiamo cercato di seguire la nostra via, cercando di raccontare quello che è il nostro mondo guardando anche sempre però al di fuori dei confini nazionali. Ci piace dire che a Carpi parte la strada per il Brennero che porta fino a Berlino.</p>
<p><strong>Ho notato che nei tuoi ultimi tweet c’è il seguente appello “Salvatemi dalla perversione per il classic-rock”. Tra i brani postati postati c’è una canzone dei Dire Strites e un video in cui Dave Grohl canta una canzone di Elton John. Se la perversione è di questo tipo, permettimi di sollevare dei dubbi sulla prossima evoluzione dei Giardini di Mirò…</strong></p>
<p>(grando risate…) La fortuna dei gruppi è che si è in tanti! Quindi non c’è nulla da temere. Ad ogni modo, al di la degli scherzi, il mio background è molto legato al rock classico, artisti che hanno segnato l’epoca d’oro della musica rock e a cui è impossibile non essere in qualche modo debitori. Nell’ambito della musica alternativa c’è sempre un po’ una preclusione, la paura di sporcarsi le mani con cose che non sono certificate come tali. Ma per come la vedo io la musica è sempre un viaggio avventuroso, che va affrontato con coraggio, senza tanti paraocchi. Io non sono cresciuto con un fratello che mi ha fatto ascoltare i Joy Division, i miei gusti me li sono costruiti un po’ da solo. Sono partito da Vasco Rossi, dalle cose che sentivo alla radio, dalle cose che ascoltava mia madre. Nel mio background c’è anche molta musica italiana, cose che non c’entrano niente con i Giardini di Mirò ma che ancora oggi mi appassionano molto: Jannacci, De Andrè, Tenco, Gino Paoli.</p>
<p><strong>E sempre per la serie “riferimenti che non t’aspetti”, qual è l’album di cui non potresti fare a meno?</strong></p>
<p><em>Sticky Fingers</em> dei Rolling Stones.</p>
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		<title>sitz.fuss.lauf.pfui</title>
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		<pubDate>Thu, 17 May 2012 07:32:07 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Sven Koe</dc:creator>
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		<description><![CDATA[lieber f r a n z . du bist doch hoffentlich nicht für mili t a n z [kriegerische haltung]. und nicht für veranstaltungen . [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><img class="alignnone size-full wp-image-10262" title="" src="http://franzmagazine.com/wp-content/uploads/2012/05/Sven-Koe-50.jpg" alt="" width="610" height="431" /></p>
<p>lieber f r a n z . du bist doch hoffentlich nicht für mili t a n z [kriegerische haltung]. und nicht für veranstaltungen . die unterm strich nichts anderes sind . als eine feuchtfröhliche plattform per il militare [fuss !] / ich kann mich so etwas von ärgern . wenn 100.200.300.400tausend spatzenhirne im dienst autoritärer befehlshaber im gleichschritt schreitend . brüderlichkeit und friede im europäischen sinne predigen und am rande von tausenden beifall.klatschenden gedankenlosen bejubelt werden [sitz !] / ich bin seit jeher der überzeugung . dass billiges herzeigen infantiler infanteria und lächerliches soldatentum schnellstmöglich im nächsten schützen.graben landen sollen [lauf!]/ bolzano.bozen freut sich zwar nun über die wichtige alpini.sprachbrücken.message und die tatsache . dass eine volks.festa auch sprachübergreifend und friedlich gefeiert werden kann [che novità] . ich freu mich hingegen auf die adunata der zivildiener [in abano terme] . auf das pazifistische luft.bogen.schießen und wasser.bomben.werfen . sowie dem feilen an der einzig wirklich wichtigen waffe : der sprache . la lingua / ich bitte daher alle alpini [vor dem nächsten treffen] und alle bozner geschäftsleute [nach dem geld.zählen] sich das folgende zitat vom lieben tucholsky kurt auf ihrer lingua zergehen zu lassen : jubel über militärische schauspiele ist eine reklame für den nächsten krieg; man drehe diesem kram den rücken oder bekämpfe ihn aktiv. auch wohlwollende zuschauer sind bestärkung : / [pfui !] und hoch.alpinen . antimilitaristischen gruß mit einer träne im augwinkel / <em>sven koe</em></p>
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		<title>LanaLive goes international: Reise durch Dub, Indie, Jazz</title>
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		<pubDate>Thu, 17 May 2012 07:00:43 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Haimo Perkmann</dc:creator>
				<category><![CDATA[Music]]></category>
		<category><![CDATA[ZlideZhow]]></category>
		<category><![CDATA[Burgstall]]></category>
		<category><![CDATA[David Cajthaml]]></category>
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		<category><![CDATA[LanaLive]]></category>
		<category><![CDATA[Rus Nerwich]]></category>

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			<content:encoded><![CDATA[<p><img class="alignnone size-full wp-image-10265" title="DEKADENT FABRIK - Konzert in Prag - © Jirka Jansch" src="http://franzmagazine.com/wp-content/uploads/2012/05/DekadentFabrik-©-Jirka-Jansch.jpg" alt="" width="610" height="405" /></p>
<p>Von 10. bis 31. Mai findet in Lana das Musik-Festival LanaLive statt, das von einem traditionellen Fest an historischen Schauplätzen heuer erstmals zu einem Festival mit internationaler Beteiligung wird. Musiker und Formationen aus den USA, Südafrika, Tschechien, Deutschland, Österreich und Italien treten an öffentlichen Plätzen rund um die Mündung zwischen dem Falschauerbach und der Etsch auf. Nach dem ersten großen Highlight von 10. bis 13. Mai, Lana Meets Jazz, wo einige der besten lokalen und internationalen Jazz Formationen an ungewohnten Hörorten musizierten, findet LanaLive seinen zweiten Höhepunkt an diesem Wochenende von 17.-19. Mai.</p>
<p>Am Donnerstag, den 17.05., um 19.00 Uhr wird in der Werkbank Lana die Ausstellung des Prager Künstlers, Zeichners und Bühnenbildners <strong>David Cajthaml</strong> eröffnet. Der 1959 in Prag geborene tschechische Zeichner und Grafikkünstler kommt formal aus der eigenständigen Tradition der tschechischen Grafik und Illustrationen. Doch in seinen Linolschnitten, Stichen, Zeichnungen und Plakaten geht Cajthaml, der in frühen 1980er Jahren auch Gitarrist der ersten Prager Punkband <em>Energie G</em> war, inhaltlich eigene Wege. In Lana präsentiert der Künstler eine Serie an großformatigen monochromatischen Zeichnungen.</p>
<p>Am 19.05. um 20.00 Uhr tritt im historischen Egger-Thaler-Hof in der Fußgängerzone am Gries aka Werkbank Lana die Prager Musikformation <strong>DekadentFabrik</strong> auf. DekadentFabrik ist eine der aktuell interessantesten Musikformationen der Tschechischen Republik. Die Band besteht nicht aus Jugendlichen, sondern aus renommierten Künstlern, Jazzmusikern und Universitätsprofessoren, die seit den frühen 1980er Jahren zum Dissidentenkreis um Vaclav Havel gehörten. Die Prager Meister aus dem Untergrund verbinden Reminiszenzen an den Underground der 1970er und 1980er Jahre mit experimentellem Jazz und innovativen elektronischen Dub-Elementen. In Lana bespielen sie die am Vortag eröffnete Ausstellung von David Cajthaml, der auch Teil der Musikformation ist.</p>
<p><img class="alignnone size-full wp-image-10266" title="Rus Nervich" src="http://franzmagazine.com/wp-content/uploads/2012/05/Rus-concert.jpg" alt="" width="610" height="412" /></p>
<p>Am Samstag, den 19. Mai, um 20.00 Uhr spielt <strong>Rus Nerwich</strong> unter freiem Himmel im Naturbad Gargazon, vor den porphyrroten Felsformationen des Tschögglberger Hochplateaus. Rus Nerwich, der aus einer jüdischen Familie in <strong>Südafrika</strong> stammt, verbindet in seinen kraftvollen, aber unaufdringlichen Jazz-Kompositionen Klänge und Kompositionen der jüdischen Tradition mit südafrikanischen Rhythmen, dabei vertont er musikalisch sensibel alte Waisen aus dem jüdischen Shtetl in Osteuropa und befasst sich unter anderem mit Überlieferungen aus dem Holocaust, dem seine Familie durch ihre Flucht nach Südafrika entronnen ist, vor allem aber mit Klängen, Melodien und Rhythmen aus seiner eigentlichen Heimat Südafrika. Somit stellt Rus Nerwich eine weltweit einzigartige musikalische Position dar. Einzigartig ist auch die Bühne im Naturbad in Gargazon an der Etsch. Das erste öffentliche Naturbad der Region inmitten der Auenlandschaft bei Gargazon ist wie geschaffen für ein Open-Air-Jazz-Konzert.<em> </em></p>
<p>Vor dem Konzert von Rus Nerwich findet am Samstag Nachmittag um 14.30 Uhr im Rahmen von LanaLive eine Kulturwanderung für Jung und Alt mit Markus Breitenberger statt. Treffpunkt ist die LanArena beim Ländpark. Die Wanderung ist eine Hommage an die Falschauer im speziellen und eine Reflexion über das Verhältnis zwischen Mensch und Wasser im Alpenraum. Die Wanderung führt entlang des 8 km langen Skulpturenwanderwegs in Lana. Am Ländpark selbst gibt es einen Stopp mit der Uraufführung der <strong>Landscape Soundings</strong> von Lana-Art und <strong>Marcello Fera</strong> sowie Gelegenheit für eine kleine Erfrischung. Die Wanderung endet in der Gaulschlucht. Mit dabei sind Komponist Marcello Fera, Klarinettistin Alexandra Pedrotti und Tonmeister Mauro Lazzaretto, sowie die Künstler Erika Inger und Wolfgang Wohlfahrt (Initiatoren des Skulpturenwanderweges), Christoph Pöcksteiner, Herbert Golser, Thaddäus Salcher und Thomas Sterna.</p>
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		<title>Panorama 4: a Fortezza, le nuove posizioni dell&#8217;arte in Alto Adige</title>
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		<pubDate>Wed, 16 May 2012 10:42:06 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Anna Quinz</dc:creator>
				<category><![CDATA[Arts]]></category>
		<category><![CDATA[FranzTV]]></category>
		<category><![CDATA[ZlideZhow]]></category>
		<category><![CDATA[christina naeckele]]></category>
		<category><![CDATA[deins isaia]]></category>
		<category><![CDATA[fortezza]]></category>
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		<category><![CDATA[Museion]]></category>
		<category><![CDATA[panorama 4]]></category>
		<category><![CDATA[Tobia Moroder]]></category>

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		<description><![CDATA[Non arte giovane, ma arte nuova in Alto Adige. Questa la principale e più significativa novità della quarta edizione di Panorama, mostra collettiva che, fin [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><iframe width="610" height="343" src="http://www.youtube.com/embed/mlYyWVcmEgc?fs=1&#038;feature=oembed" frameborder="0" allowfullscreen></iframe></p>
<p>Non arte giovane, ma arte nuova in Alto Adige. Questa la principale e più significativa novità della quarta edizione di Panorama, mostra collettiva che, fin dalla prima edizione pensata e voluta da Piero Siena nel 1987, racconta l&#8217;arte e gli artisti del nostro territorio. 33 artisti, dai più giovani al più vecchio (88enne). 3 Assessorati coinvolti (con la partecipazione di Museion, luogo dell&#8217;arte contemporanea in Alto Adige, come sottolineato dall&#8217;Assessora Sabina Kasslatter Mur). 4 curatori: uno italiano Denis Isaia, una tedesca Lisa Trockner, uno ladino Tobia Moroder, una non altoatesina Christina Nägele. 1 Forte, quello di Fortezza, dove la mostra avrà luogo. Dal 15 giugno per tutta l&#8217;estate, una vera panoramica sugli artisti altoatesini, che vuole essere, oltre che una documentazione, anche un momento di riflessione sull&#8217;arte stessa, e sull&#8217;essere artista, ad ogni età e ad ogni latitudine, oggi.</p>
<p>Ed, ecco finalmente svelato, il &#8220;segreto&#8221; che tutti aspettavano. A voi i nomi dei 33 artisti: Claudia Barcheri Brave New Alps (Bianca Elzenbaumer, Fabio Franz) Jacopo Candotti Carla Cardinaletti Daniel Costa Nicolò Degiorgis Alessandro Del Pero Aron Demetz Gehard Demetz Hannes Egger Agata Erlacher Fabian Feichter Barbara Gamper Thomas Grandi Silvia Hell Irene Hopfgartner Ingrid Hora Christian Kaufmann Sonia Leimer Cornelia Lochmann Christian Martinelli Sissa Micheli Gabriela Oberkofler Sarah Oberrauch Kathrin Partelli Diego Perathoner Gianni Purin Jörg Reissner Scaf.Scaf (Arta Nugjai, Arben Beqiraj) Leander Schwazer Carlo Speranza Benjamin Tomasi Felix Tschurtschenthaler</p>
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