Music

January 16, 2019

Lo sterminato orizzonte musicale di
Franco D’Andrea

Mauro Sp

Meranese di nascita e milanese d’adozione, Franco D’Andrea è il più famoso dei pianisti jazz italiani. Innumerevoli concerti in ogni dove, numerosissime collaborazioni con celebri musicisti, diversificate esperienze e interessi musicali ed una profonda conoscenza della materia rendono la sua discografia e le sue esibizioni un vero compendio musicale in continuo aggiornamento. Gentile e affabile, “racconta” la musica come se osservasse un vastissimo panorama.

Dopo 12 Top Jazz come Miglior Artista Italiano dell’anno, cinque per il Migliore album e due per la Migliore Formazione, la rivista Musica Jazz ha proclamato Franco D’Andrea Top Jazz 2018 come “Musicista italiano dell’anno” e per il “Disco italiano dell’anno” con Intervals I. Cosa rappresenta per lei questo riconoscimento?

Mi fa grande piacere, in particolar modo per quanto riguarda l’album, che rappresenta per noi musicisti ciò che per i letterati è il libro. Un CD è qualcosa che può essere riascoltato a piacimento, ha una sua compiutezza, ti offre la possibilità di far viaggiare la tua musica rendendola fruibile anche nel tempo a venire.

A differenza dell’occasione effimera dei concerti…

I concerti offrono momenti di grande soddisfazione, ma si esauriscono in una serata e rimangono solo nella memoria di chi era presente come spettatore ed esecutore. Quando è possibile cerco sempre di registrare le mie esibizioni per poterle studiare, anche ad uso dei musicisti che suonano con me, che posso così avere controllo sul loro lavoro.

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Il crollo delle vendite discografiche ha riportato i musicisti sui palcoscenici, forse però il jazz è il genere che meno ha rinunciato alle esibizioni in favore delle incisioni.

Sì. D’altra parte c’è da dire che i compositori di musica classica producono degli spartiti che possono essere eseguiti in maniera sempre coerente nel tempo. Invece, per quanto riguarda il jazz, lo spartito può essere davvero striminzito ed è solo il punto di partenza per l’improvvisazione che dà vita al brano. Ogni esecuzione svanisce perciò al suo termine, senza la possibilità di essere riascoltata. La registrazione permette all’interpretazione di sopravvivere nel tempo.

Il jazz entrò nella sua vita quando era poco più che adolescente. Come si avvicinò a questo genere?

Ho iniziato a suonare la tromba all’età di 14 anni, dopo aver sentito del jazz suonato da Louis Armstrong and The All Stars. Cominciai da autodidatta, anche perché all’epoca non c’era nessuno che insegnasse tromba jazz e l’approccio degli insegnanti di musica classica era completamente diverso da quello jazzistico. Imparai abbastanza velocemente, ma non avendo una dentatura così regolare mi resi conto che avrei avuto delle difficoltà; passai quindi al clarinetto e poi al sax soprano.

Come avvenne l’incontro con il pianoforte?

Quando ad un certo punto mi sono imbattuto in un jazz più moderno, come quello del pianista Horace Silver. Capii di aver trovato delle sonorità nuove ed affascinanti e compresi che per poterle suonare avrei dovuto prestare maggior attenzione all’aspetto armonico. Il pianoforte mi avrebbe permesso di affrontare questa musica più complicata. Quando ho messo le mani sulla tastiera, curiosamente, ho sentito che questo nuovo strumento corrispondeva bene al mio nuovo interesse musicale. Un po’ come se gli strumenti a fiato fossero indissolubilmente legati al mio periodo di formazione nell’ambito del jazz tradizionale.

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La sua carriera, felice e composita, ha corrisposto alle sue aspettative di giovane jazzista?

Direi che è andata anche meglio di quanto avrei potuto immaginare. Sono stato fortunato, per certi aspetti, ma ho anche saputo riconoscere e cogliere la fortuna. Credo di aver avuto la capacità di comprendere i momenti di svolta che la vita mi ha presentato, indirizzandomi verso nuovi obiettivi quando i precedenti cominciavano a stimolarmi meno. Questo fino a quando, nei primi anni ‘80, sono riuscito a concepire una musica che sentissi veramente mia e che mi permettesse di essere leader di un gruppo che eseguisse partiture originali scritte da me. Fino a quegli anni la mia carriera era stata una ricerca della mia identità musicale: ero sicuro che la musica jazz mi piacesse, ma il mio cammino era stato variegato e costellato da esperienze molto diverse. Diciamo che l’unica possibilità per non andare fuori di testa era quella di armonizzare tutte le diverse esperienze, facendole confluire in una musica che avesse dentro di sé i primi esordi con il jazz tradizionale, l’amore per gli strumenti a fiato che mi ha portato ad avere accanto a me almeno uno strumentista a fiato, e tutto il resto delle esperienze di ricerca anche estrema. L’unica costante che mi ha accompagnato praticamente fin dagli inizi è stata la consapevolezza che le varie stagioni del jazz sono legate da un filo rosso e che tutte hanno qualcosa di importante da offrirci.

Tra le esperienze fatte, ce n’è qualcuna che ritiene particolarmente significativa?

Dal punto di vista ritmico devo sicuramente molto a quanto ho imparato dai musicisti del centro e ovest Africa con i quali ho suonato negli anni ‘80. La loro musica è caratterizzata da una mirabolante poliritmia, creata sia con le percussioni che con il balafon (strumento simile al vibrafono n.d.r.).
Un altro importante contributo me l’ha offerto la musica classica del Novecento, come Debussy, Ravel, Stravinsky, Webern e Bartók, che mi hanno fatto vedere quanto di più rivoluzionario e nuovo si poteva fare da un punto di vista armonico.

Dopo sessant’anni al pianoforte, se potesse dare vita ad una nuova parallela carriera musicale, a quale strumento si dedicherebbe?

Fino ai trentacinque anni, nonostante la dedizione al pianoforte, ho continuato a suonare il sax soprano. Ho portato questo strumento con me anche nelle imprese più ardite, tanto da registrare con il Modern Art Trio un album in cui, oltre al piano elettrico e acustico, ho suonato questo strumento. Anche oggi il sax soprano potrebbe essere un’opzione valida. Non escluderei anche il clarinetto, che considero uno strumento fantastico sia per estensione che per suono, soprattutto nel registro basso. È uno strumento agile e versatile, forse limitato dal punto di vista dinamico, ma con un timbro unico.

franco d'andrea ph © roberto cifarelli

Da quale altra disciplina artistica si sente attratto?

La pittura e l’architettura mi offrono occasioni di emozione, ma, ahimè!, non di comprensione, perché non ho competenze tecniche in materia. Come per la musica, anche nella pittura sono attratto dal lavoro di artisti del ‘900.

È capitato che questa ammirazione le abbia fornito ispirazione per il suo lavoro?

Certo, magari grazie ad un determinato modo di mettere i colori sulla tela. Pensi a come alcuni termini della pittura siano condivisi dalla musica: “colore”, “chiaro e scuro”. Il discorso artistico è uno solo, che si esprime con differenti mezzi.

Foto: ©1,2,3  Andrea Musacchio; 4 Roberto Cifarelli.

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