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June 12, 2018

#10YearsOn Museion: intervista ad Antonio Lampis, Direttore generale dei Musei del Mibact

Maria Quinz

Museion quest’anno festeggia dieci anni di attività nella sede progettata da Studio KVS. Con l’evento, #10YearsOn, la Direttrice Letizia Ragaglia intende valorizzare la capacità di Museion di rimanere sempre On. Un museo sempre “acceso”: una fucina attiva e “pulsante”di vita, mostre, dibattiti, eventi culturali e artistici inediti e inconsueti, come l’edificio sempre illuminato che li accoglie.

La nostra redazione vuole condividere con Museion una ricorrenza così importante, proponendo su franzmagazine uno spazio di riflessione e confronto con diverse personalità di rilievo provenienti da molteplici ambiti professionali, artistici e culturali, che in qualche modo abbiano intrecciato, nei dieci anni passati, interrelazioni e legami con Museion.

Oggi intervistiamo Antonio Lampis, che dal 2017 è direttore generale dei Musei del Mibact. Precedentemente è stato Direttore della Ripartizione 15 “Cultura italiana” della Provincia Autonoma di Bolzano e professore a contratto nella Libera Università di Bolzano alla Facoltà di scienze della formazione, con la cattedra di Marketing ed Event Managment. 

#10YearsOn Museion – Cosa significa per Lei?

Ludovico Pratesi nel suo testo “Perché l’Italia non ama più l’arte contemporanea” (Castelvecchi, 2017) definisce i musei un modello vincente. “Una visione completa costa – ha scritto anche Valentina Barnabei su Repubblica – e potrebbe diventare un modello da seguire anche per musei di dimensioni più grandi”.
In Alto Adige, l’aver posto forte attenzione sulla produzione artistica contemporanea ha improvvisamente sviluppato la crescita delle professionalità legate all’arte, incrementato il numero degli artisti di giovane età, le gallerie, la qualità del collezionismo privato e molte iniziative d’ibridazione tra la creatività contemporanea e l’artigianato tradizionale, anche a seguito degli stimoli posti in essere prima dall’accademia di design e poi della facoltà di design dell’Università di Bolzano.
In pochi anni una regione riconosciuta solo per il carattere tradizionale e folkloristico della propria cultura diventa esempio di vitalità creativa tanto che il direttore della prestigiosa rivista Monocle definisce, nel 2008, Bolzano la città più cool d’Italia.
Il giovane museo di arte contemporanea ha così raggiunto un forte prestigio internazionale e una reale connessione territoriale, rifuggendo comunque le sirene di un localismo al ribasso. Museion diventa spessissimo l’emblema della provincia nelle riviste di lifestyle, turismo e cultura, sostituendo campanili, vedute panoramiche o castelli. Interessante notare come anche le espressioni più tradizionali della cultura popolare, come le bande e i cori, che appaiono oggi immutate nei loro costumi e nelle loro divise, confrontino da anni i giovani e il loro pubblico con un repertorio incredibilmente attuale e ricco di riferimenti alla cultura contemporanea.
Letizia Ragaglia è stata chiamata a far parte della giuria della Biennale di Venezia, non è poco per una piccola città come Bolzano. 

01_Museion Common Task ZambianchiQuesto anniversario del museo, che sentimenti risveglia in Lei?

Sempre il ricordo del suo fondatore e primo direttore Pier Luigi Siena. Non passa giorno che non mi ricordi di lui e dei tanti colloqui nel mondo dei musei. Scrissi al volo, in occasione della sua morte un testo per il quotidiano Alto Adige e il Cristallo.
Mi trovavo a Londra quando ricevetti la telefonata di Fulvio Giorgi che mi diceva che Piero era morto e che la famiglia desiderava che io parlassi al funerale. Sono tornato pieno di emozioni e di dolore, ma sapevo che da quel momento lui sarebbe stato libero. Ottenne che la sua bara fosse avvolta dalla bandiera rossa con falce e martello dorata, custodita negli archivi del Comune e da quanto ricordo, sequestrata ai partigiani dai fascisti.
Rivedendo le fotografie del giornale e i servizi televisivi con me in piedi, magro e con un cappottino nero, alla testa di una bara avvolta da quella bandiera rossa, compresi che il suo immortale senso dell’estetica, aveva definito anche il design del suo funerale.
Ricordo quella volta che mi telefonò, come se niente fosse, dicendomi: sai Antonio, ho un cancro, devo cambiar aria e da buon comunista voglio andare nella Casa di riposo del Comune.
In quella casa di riposo intratteneva gli anziani con meravigliose lezioni di storia dell’arte contemporanea e si era portato un quadro di inestimabile valore, convinto che nessuno se ne sarebbe accorto. Un pomeriggio un amico facoltoso mi chiese un libro prezioso ed io in cambio gli chiesi la sua Maserati per alcune ore. Presi Piero Siena dalla casa di riposo lo portai a Bressanone, avanti e indietro in autostrada, a una velocità oggi non più consentita. Era felice come un bambino.
Mi aveva avvertito che la sua vita, imbevuta di estetica, avrebbe perso per lui senso il giorno in cui fosse diventato troppo debole o privato della vista. Ed infatti quando successe smise di mangiare per morire ed essere libero.
Ci vedevamo spesso quando era ancora direttore del Museion e dopo, quasi ogni martedì a pranzo e fino all’ultimo, seppur avesse già gravi problemi di vista. Non mi lasciò mai guidare la sua piccola macchina, ma insisteva per portarmi, terrorizzato, da Museion – quello vecchio – al ristorante dell’hotel Scala dove aveva piacere di andare. Spesso a pranzo c’erano altri ospiti, anche artisti di grande fama. In ogni caso, in quei martedì, fino a quando Piero ha avuto voglia di raccontare, io sono rimasto con lui e dalla tasca, via SMS, ho chiesto alla mia segreteria di annullare eventuali appuntamenti.
Tanti di quei racconti sono confluiti nel bellissimo libro a lui dedicato, curato da Paola Tognon e pubblicato da Silvana editoriale con il titolo “Anni e vita”. È ancora un libro ricco di grandissimi insegnamenti e importanti racconti sulla storia dell’arte italiana e su tante vicende del dopoguerra. Meriterebbe di essere ristampato almeno nella forma di e-book.
Negli ultimi anni della sua vita, insieme a Cristina Costa e alla bravissima regista Katia Bernardi abbiamo realizzato per conto della Provincia 10 pionieristiche mini trasmissioni televisive di quindici minuti, dove Piero racconta gli artisti che gli furono amici o che conobbe molto bene: Gino Severini, Nino Franchina, Luigi Veronesi, Lucio Fontana e Alberto Burri.
Mi piace pensare che grazie a queste iniziative si possa ancora ascoltare vedere e leggere di lui, in una forma forse più comunicativa dei tanti mirabili testi che scrisse per i cataloghi di Museion e in tanta stampa specializzata.
Museion possiede ora una sezione didattica di grande valore. Di lui ho ancora l’immagine mentre accoglie i bambini a Museion e dice una frase che cito sempre nei convegni e nelle mie lezioni all’università: “questa roba potrà pure non piacervi, ma non sarete protagonisti del vostro tempo se non la conoscerete”.

Con uno sguardo retrospettivo, quale mostra, artista o happening di Museion l’ha colpita di più e perché?

 La mostra “Common Task” di Pawel Althamer, nel 2012. Perfetta al quarto piano.

 Quale “Museion Moment” ha rappresentato per lei l’evento più mondano/più significativo/o più internazionale tra tutti e perché?

 La mostra evento di Francesco Vezzoli.

 Associa anche esperienze negative a Museion?

 La superficialità e il cinismo di certa stampa, certa Chiesa e certa politica sul caso della rana e le falsità che indisturbate girarono il mondo in quella circostanza.
Nessun avvenimento della storia locale, né il “Los von Trient”, né terrorismo, né la chiusura del Pacchetto ha avuto un tale (concentrato e artificioso) spazio sulla stampa locale. Evidentemente, oltre alle tante coincidenze sfavorevoli, la metà del 2008 costituiva anche qui un momento topico per la prova di forza del rapporto tra arte, politica e sensibilità religiose. L’errore di molti di pensare a un fenomeno sudtirolese è presto smentito dal contemporaneo accendersi, in molte parti del globo, di focolai analoghi. Dalla mostra “omossessuale” a Milano, a Koons a Versailles, dall’ultima cena troppo nuda a Vienna al caso napoletano di autunno, dalla denuncia per il Terence Koh a Gateshead a quando il museo della cultura mondiale di Goteborg ha tolto l’opera “Scene d’Amour” di Louzla Darabi. Questo è il tempo in cui l’artista inglese Grayson Perry dichiara: “non mi occupo dell’islam semplicemente perché ho paura che qualcuno mi tagli la gola”. La Tate di Londra ha rimosso il quadro di John Lathamam “God Is Great”, Giuliani a New York interviene sulla madonna elefantata, Villks in Svezia non ha potuto esporre alla Biennale svedese il suo Maometto. Per Museion e per molti operatori culturali è stata una bruttissima esperienza, come lo è stata per la collettività, ma può essere messo in conto che ai primi passi si può anche cadere. Nei progetti culturali anche gli insuccessi vanno accettati, senza sostegno al rischio si rischia la paralisi. Criminalizzando l’errore o decisioni che, a posteriori, si rivelano sbagliate, già altre amministrazioni pubbliche sono difatti notoriamente entrate in paralisi. Giustamente la riflessione per il rilancio delle politiche culturali del Veneto fu presentata sotto il motto: “chi non rischia niente, non fa niente, non ha niente, non è niente”.
I cittadini hanno comunque ampiamente dimostrato di sentire la necessità di un’istituzione museale per l’arte contemporanea e poi il lodevole investimento fatto dalla Provincia ha presto dato tutti i suoi frutti quale simbolo di attenzione all’arte di oggi e alle riflessioni che essa induce nella società.

02_Museion Common Task ZambianchiHa delle critiche costruttive da rivolgere a Museion?

Proporrei un maggiore investimento nella comunicazione sociale avanzata verso il proprio territorio.

Quale e suono/musica assocerebbe a Museion e perché?

Faccio il dj per hobby, raramente e da molti anni. La prima volta che ho messo le mani su un mixer con alle spalle tanto Bach e Mozart mi trovavo proprio a Museion, proponendo techno di qualità.

Con chi vorrebbe visitare Museion e perché?

Con tante persone che criticano Museion in modo superficiale e non si rendono conto che molti artisti presentati dal museo si sono visti dopo al MOMA e in altri realtà espositive di ben altra dimensione e dotazione finanziaria. Museion è un esempio di come si possa fare tanto con poco.

Crediti fotografici:
Foto 01, 02: Pawel Althamer, Common Task, Museion 2012. Foto Alessandro Zambianchi © the artist, courtesy neugerriemschneider, Berlin and Foksal Gallery Foundation, Warsaw, Foto Alessandro Zambianchi
Foto 03: Luca Meneghel

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