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September 15, 2017

Messner Architects: progettare senza il timore di sporcarsi

Mauro Sperandio

Qualche invidioso potrebbe dire che i fratelli Verena e David Messner hanno avuto il vantaggio di nascere in un ambiente stimolante, in cui la figura del padre, l’artista Franz, può averli ispirati e quindi facilitati. Qualche lettore di quelle riviste che si lasciano sul tavolino in salotto perché gli ospiti le trovino potrebbe dire che loro sono dei “maker in salsa architettonica”. Qualcuno li potrebbe definire degli “alternativi”, forse anche un po’ “freak”.

Io voglio presentarveli come due giovani architetti che si sono dovuti confrontare con un padre tanto stimolante quanto importante, riuscendo a trovare la loro strada. Ed ancora, come due professionisti che nelle riviste del settore ci finiscono, ma per ricevere l’attenzione della nostra provincia sono troppo poco salottieri. Che siano alternativi alla diffusa tendenza di parlare di ciò che non si sa, di progettare ciò che non si saprebbe nemmeno per sommi capi costruire e di fare ciò che loro e non ad altri piace… beh, felicemente alternativi lo sono… Potrei anche raccontare della loro spiccata intelligenza emotiva e di come essa sia evidente anche nel loro lavoro, ma credo che questa dote non meriti l’ingiustizia che la parola potrebbe fargli. 

 Figli d’arte, fratello e sorella, entrambi architetti. Può essere corretto pensare che il vostro Messner Architects, più che uno studio, sia una bottega simile a quelle del Rinascimento?

Abbiamo avuto la fortuna di crescere in un’atmosfera molto creativa e stimolante: per nostra madre i libri erano più che importanti e sin da piccoli abbiamo passato molto tempo nell’officina del papà a disegnare, a fare dei lavoretti con creta, gesso, metalli, legno, a dargli una “manina”, a seguirlo o, semplicemente, a stargli vicino. Avere a disposizione questi spazi ci ha dato e ci dà la possibilità di stare a contatto con cose vere, che si toccano, di cui possiamo sentire il peso, lo spessore, la superficie. Questo ci aiuta immensamente nello sviluppo di dettagli. In più, i modelli che realizziamo per i diversi progetti assumono grande importanza nel nostro approccio architettonico. Schizzo, modello fisico e modello digitale sono i mezzi con cui lavoriamo e che richiedono sempre l’uno all’altro la verifica – come i componenti di un macchinario complesso. Così come l’uno non è completo senza l’altro, non esiste neanche nella struttura edificata la separazione tra atelier, studio e officina.

La vostra formazione non comprende solo lo studio sui libri, ma anche un contatto continuo e diretto con la materia, la sua manipolazione e le sue applicazioni. Credete che ciò influenzi in qualche modo il vostro modo di progettare?

Nostro padre era un vero maestro, uno come pochi, sia nel pensare che nel fare. Ci ha insegnato come raffinare le nostre abilità per costruire le nostre idee, partendo dallo schizzo, elaborando disegni e strategie, migliorandoli, per poi realizzarle; un po’ come nell’architettura, a scala ridotta. Riteniamo fondamentale la precisione non solo nei pensieri, ma anche nella realizzazione. Prima c’è il concetto consolidato, poi pian piano si aggiungono altri elementi, che vanno sovrapposti in una sorta di layering. Uno di questi è la materia, che non deve assumere mai un ruolo determinante ma, piuttosto, contribuente. In un progetto l’idea che anima il lavoro deve rispondere alle esigenze principali, che sono lo spazio e la luce, mentre altri componenti possono anche variare fino ad un certo punto.

Legno, ferro e cemento: come descrivereste la “personalità” di questi tre materiali? Quali immagini associate ad essi?

Legno: i nostri amati boschi, che qui ci circondano, che ci danno riparo, anche inquietudine di notte, che ci scaldano quando fa freddo.
Ferro: il respiro affannoso della fucina, ferro incandescente, i tonfi sordi del martello, il martello limpido, l’acqua che fischia, odore di bruciato.
Cemento: la pietra, che prima liquida, poi solida, ambiguo, pesante e leggero, ruvido e liscio, cemento armato è puro amore.

Tra i vostri lavori figurano la progettazione e la riqualificazione di edifici di culto. Se un tempo le chiese dovevano celebrare la grandezza della Cristianità, oggi quali sono – secondo voi – le priorità da seguire?

Progettare uno spazio sacro significa progettare per la salvezza dell’anima. Gli spazi sacri e spirituali al giorno d’oggi devono essere luoghi puri, semplici, ridotti all’essenziale, visto che la vita è già troppo piena, esigente e complicata. L’uomo in cerca di tranquillità ci si può rifugiare dal mondo effimero e frenetico. Tutte le cose che ci circondano, tutti gli spazi in cui ci muoviamo influiscono sulla nostra percezione e sensazione del mondo. Per questo, immaginare spazi spirituali, in cui l’uomo possa dedicarsi alle sue più profonde sensazioni, richiede sensibilità e comprensione.

Messner ArchitectsDavid, la tua tesi di laurea ed un progetto di imbarcazione da te realizzati durante i tuoi studi di architettura hanno titoli con precisi riferimenti musicali: “Joy Division” e “My Sonic Youth”. Quali sono i tuoi interessi e passioni che credi contraddistinguano la tua “personalità creativa“?

Da adolescente sono entrato nel mondo dello skateboarding, che a parte la sua componente, se la vogliamo chiamare sportiva, ha un forte legame con il mondo della musica ed una grande affinità verso tutto ciò che riguarda l’estetica. Questo non si ferma alle grafiche sulle tavole, ma coinvolge anche la moda, il marketing, il film-making etc. È un mondo di forti emozioni, privo di regole predefinite, una subcultura che si definisce da sè, che si evolve dall’interno, di difficile accesso e comprensione per chi non ne fa parte.
Sin da piccolo ero affascinato della tecnologia e della velocità. Visto che ne spaccavo tante, da piccolo ho dato vita a una mini-impresa di tavole da skate, costruite da me stesso in legno compensato di acero nella falegnameria di mio zio. Lavorando con le mani, si acquisisce una profonda conoscenza su come le cose sono fatte e quali problemi bisogna affrontare per raggiungere l’obiettivo.
In studio produciamo prototipi e plastici, impieghiamo un sacco di tecnologie per la produzione digitalizzata, il rapid prototyping. Gli attrezzi che al giorno d‘oggi utilizziamo per l’architettura non sono più gli stessi di un tempo. Quindi il nostro approccio all‘architettura è in parte cambiato, così come sono cambiati gli attrezzi del mestiere. Considerando anche il processo di fabbricazione digitalizzato possiamo in parte liberarci dalle limitazioni della produzione tradizionale, ampliando i nostri orizzonti.
In particolare, poi, mi piace lavorare con fibre e resine.

Verena, quali sono le tentazioni dalle quali, come architetto, senti di doverti guardare? Quale “architettura” ti auspichi per il tuo futuro professionale?

All’università avevamo un professore che continuava a difendere l’architettura come disciplina artistica. Io amo l’arte, le lettere, le lingue, la musica, la moda… tutte cose belle che non servono a niente, se non a farti sentire viva. Credo profondamente che l’architettura possa cambiare la vita. Spero di non perdere mai questo approccio sentimentale e di non diventare mai dettata, fredda e troppo razionalista.
Il mio futuro è sempre anche il futuro del nostro studio, della nostra famiglia. Spero di trovarmi davanti a nuove sfide e progetti emozionanti. Ci sono un sacco di cose che vorrei fare nella vita, ma per farle tutte mi mancano almeno dieci ore al giorno. Comunque, qualsiasi cosa si faccia, penso sia importante mantenersi curiosi e critici con sè stessi, acquisire abilità solide nel lavorare e mantenere un alto livello di professionalità, ammirare altri.
Essere speciali, e ancora, essere appassionati!

Messner Architects

Il lavoro di vostro padre, l’artista Franz Messner, è stato per voi di sicura influenza. Quale lezione professionale, se è possibile sintetizzarla, credete vi abbia lasciato?

La nostra è una professione che richiede molto impegno e molto sforzo. Sin da quando eravamo piccoli, i nostri genitori ci hanno insegnato a non arrenderci mai, a lottare per ciò che vogliamo fare e ad essere severi con noi stessi, ma, allo stesso tempo, a far prevalere le energie positive. Per nostro padre la cosa di maggior soddisfazione era potersi dedicare completamente a un’idea, a un’opera, entrando in un progetto, lasciandosi trascinare per poi arrivare nuovamente a soluzioni raffinate ed eleganti, sottolineando un’idea o un concetto grazie alla conoscenza di tecniche ed abilità artigianali. Nostro padre ci ha tramandato il pensiero che gli ingredienti indispensabili per il lavoro e la vita sono passione, cuore, abilità professionale, indipendenza ed ambizione e che non bisogna mai avere paura.

Foto: © Courtesy of Messner Architects

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