Music

July 4, 2017

Francesco Cigana: ritmi senza tempo, musica per il futuro al Suedtirol Jazz Festival Alto Adige

Mauro Sp
Giovedì 6 luglio, alle ore 23:59, nella Sudwerk Ca' de Bezzi di Bolzano, il Südtirol Jazzfestival Alto Adige presenta ALL CHE ME, futuristica performance del collettivo PERMEABLE. Alla batteria Francesco Cigana...

Una “performance rituale” fatta di luce, ritmo e melodia. Una costruzione sensoriale resa possibile da una tecnologia che “legge il pensiero” di ciascun musicista, lo trasforma in scultura luminosa e lo trasmette agli altri, permettendo l’interazione. In vista dell’esibizione al Südtirol Jazzfestival Alto Adige, incontriamo il batterista Francesco Cigana, cuore pulsante del collettivo Permeable.

Partiamo da “All che me”, titolo del lavoro che porterete al festival…

ALL_CHE_ME è una performance sperimentale, concepita per far convergere diverse discipline e diversi approcci, connotata da un forte carattere futuristico e di design.
È  tenuta dal collettivo transdiciplinare PERMEABLE, che ha base a Bruxelles e che nasce proprio per creare ponti tra arte, scienza e nuove tecnologie, collaborando  quindi con aziende, scienziati, artisti, creativi e con qualsiasi figura creda che unire e fondere vari campi del sapere possa portare ad una maggiore conoscenza e ad una maggiore consapevolezza.
Il collettivo è a sua volta è figlio di Mpathy Studio, progetto e luogo nato dalla mente di quella fantastica artista che è Martine-Nicole Rojina, direttrice artistica e forza motrice di PERMEABLE.

Le nostre produzioni sono sempre improntate nelle direzioni che ti ho appena elencato:
il progetto ROCK STRANGERS MAKE SENSE TO ME è incentrato sulla ricontestualizzazione di un opera d’arte, esplorandone i rapporti con lo spazio in cui è posta, e la percezione che le persone hanno della stessa (si tratta dell’opera Rock Strangers di Arne Quinze, visitabile sulla spiaggia di Ostenda).

PATH [ ποίησις ], presentato al festival di poesia Love Between The Lines, è una performance che approfondisce il processo creativo legato alla produzione poetica, concentrandosi sull’evoluzione del linguaggio nell’era digitale ed il suo rapporto con la nostra risposta emozionale.
In un certo senso anche il TED Talk a cui Martine è stata invitata, può essere considerata un atto performativo, in quanto differisce di molto dai soliti discorsi frontali con le diapositive che scorrono al premere di un pulsante.
Le tecnologie usate variano dall’utilizzo di sensori cerebrali, ai visual design, all’high tech fashion fino all’audio composto e riprodotto in 3d surround.

francesco cigana

Dove risiede l’alchimia di ALL_CHE_ME?

ALL_CHE_ME è forse la performance con il nome che meglio evidenzia il nostro modus operandi. L’alchimia è un sistema che ha in sé alcuni caratteri comuni alle nostre produzioni: la fusione, o l’unione, di diverse parti che concorrono a creare un risultato che superi la mera somma delle parti è una di queste. Questo approccio olistico è la linfa vitale che ci fa muovere: crediamo che il rapporto tra l’uomo e il mondo che lo circonda sia un rapporto di mutua influenza, e che le connessione e lo scambio siano i caratteri che indicano la direzione da seguire e in cui credere.
Tornando al nome, con una piccola libertà poetica, abbiamo evidenziato la cellula ALL e ME, sottolineando questa tensione tra il singolo e il tutto. L’alchimia ha una forte dimensione sperimentale, in un certo senso anche futuristica e ideale, per cui quando l’abbiamo incontrata lungo e nostre ricerche, che ti posso assicurare si estendono fino ad aree molto lontane dall’idea di partenza, la decisione è stata abbastanza facile.

La vostra esibizione vede suono, luce ed elettronica a servizio di una performance più articolata di un “semplice concerto”. Di cosa si tratta?

Abbiamo sviluppato la performance intorno al concetto di un rituale futuristico. La musica rituale ha sempre avuto una forte attrattiva nei miei confronti, anche considerando il retaggio del mio strumento, e crediamo, sia come spettatori che come esecutori, che essa abbia un valore ed un impatto molto forte e contemporaneo.
Ho la fortuna di condividere questo esperimento con tre bravissimi artisti: Marcello Giannandrea al fagotto, Federico Bragetti al violoncello e la ballerina e performer Guida Ines Mauricio. Oltre alla direzione di Martine, va menzionato anche il decisivo lavoro del nostro hardware developer Josè Andrès Cordova Alvear, che ha materializzato la nostra visione e ci ha aiutato a svilupparla e metterla a punto dal lato tecnico.

Noi musicisti siamo disposti a triangolo, indossando un sensore cerebrale che trasmette e traduce le attività cerebrali in combinazioni di colori e pattern. Queste vengono mostrate al musicista accanto tramite una scultura luminosa (anch’essa di forma triangolare), che viene letta in modo simile ad una partitura grafica ed innesca un’interpretazione musicale da parte di quest’ultimo. Si crea così una specie di circuito metafisico, un dialogo costante e trascendente.
Guida occupa il centro, fungendo da catalizzatore ed elemento umano, rappresentando l’unione tra mondo spirituale e terreno, come di frequente accade nelle pratiche rituali.

La performance è pensata in modo che non si svolga su un palco, bensì sullo stesso piano dello spettatore, in un ambiente buio e immersivo, invitando allo stesso tempo l’audience ad esplorare lo spazio, ad essere coinvolta e a partecipare, diventando una componente consustanziale.

Si può obiettare che in qualunque concerto il pubblico è più che fondamentale, ma se da un lato è di certo così, dall’altro abbiamo voluto accentuare questo concetto, a partire dal nome e proseguendo anche solo nella pura definizione di rito, inteso come passaggio attraverso momenti critici e decisivi del singolo e della comunità. Senza dubbio ci attende un futuro in cui il rapporto singolo-collettivo sarà fortemente discusso ed esplorato, e questa è una riflessione che volevamo rendere estremamente chiara.

Dal punto di vista prettamente musicale, si tratta di musica improvvisativa, un background comune a tutti noi e che ci permette di avvicinarci maggiormente all’idea iniziale, e caratterizzando, assieme al light design e ai sensori cerebrali, la parte più strettamente d’avant-garde del rituale.

Viviamo questa performance come un flusso di cui noi siamo soltanto la materializzazione momentanea visibile e tangibile, ma che esiste da ben prima che i musicisti entrino in scena e dura ben oltre la fine della musica, creando così (nuovamente) un ponte tra quello che già abbiamo esperito, già conosciamo, e quello che ci aspetta.
La nostra è una visione scevra da una vera e propria componente religiosa, elemento sicuramente chiamato in campo quando si parla di ritualità, proprio per permettere una riflessione libera anche su questa tematica, che come ho già detto, nel bene e nel male ha accompagnato, accompagna e accompagnerà la nostra specie sotto mutevoli forme.

Ad alcuni forse il tutto potrà sembrare esagerato e naïve, ma personalmente l’unico distinguo che mi permette di applicare questi giudizi ad una performance sono il grado di onestà artistica, di profondità e la presenza di vari livelli di lettura, tutti elementi ben presenti in ALL_CHE_ME.

In un mondo sempre più interconnesso anche la musica suonata trova le sue strade, tanto che grazie al web è possibile esibirsi con musicisti sparsi per il mondo (vedi Jamulus e Lola). Cosa ne pensi di queste possibilità?

Che è solo l’inizio e che il bello deve ancora venire. Non è difficile, usando fin troppo poca immaginazione, pensare ad esibizioni intere in realtà virtuale/simulata, solo per fare un esempio molto semplice. Un aspetto che mi interessa molto di queste possibilità è anche come cambierà il modo di fare musica utilizzando le tecnologie di ultima e prossima generazione, e quindi come cambierà la musica stessa. Un linguaggio si evolve e si sviluppa anche grazie all’incontro con questi snodi tecnologici.

Non sono un grandissimo utilizzatore di apparecchi elettronici o super tecnologici: non possiedo una collezione di synth, o di sampling pad, né sono un profondo conoscitore dei diversi linguaggi di programmazione, ma supplisco a questa apparente contraddizione (anche se sono un forte sostenitore delle contraddizioni calcolate come motore della creatività) collaborando con chi ha queste conoscenze specifiche, imparando il più possibile e lasciando la mente aperta.

francesco cigana

Spesso mi è capitato di incontrare persone con un’alta specializzazione, ma intrappolata nella propria gabbia, senza voglia di comunicare con chi o cosa lo circonda, rimanendo perciò sterile. Può capitare che un incontro/scontro tra un approccio più diretto e creativo e una super conoscenza settoriale dia luogo a qualcosa di imprevisto, nuovo e particolare, ma è necessario che entrambe le parti si mettano in gioco in egual misura.

Il concetto che la tecnologia (così come la tecnica) sia soltanto un mezzo ha certamente dei limiti, ma allo stesso tempo non riconoscerne la validità è un grande errore. Se interconnessione non diventa un sinonimo di scambio, si ottengono solamente risultati egoici, poco interessanti e poco produttivi sul lungo termine, perché concentrati troppo su quello che ognuno ha da guadagnare, invece che sul creare qualcosa di più profondo che va oltre la somma delle parti.

Vieni definito “batterista e percussionista poliedrico”. Ti ritrovi in questa definizione? Cosa significa essa per te?

Mi ci ritrovo, nel senso che non ho difficoltà ad affermare che sono sì un batterista ed un percussionista, per quanto questa distinzione sia più utile ad una sorta di estetica del linguaggio, che ad una effettiva differenza musicale tra le due categorie. Sono anche poliedrico, perchè spesso nei miei lavori cerco di presentare vari aspetti (un modo come un altro per dire che mi si può ritrovare in diversi contesti).
Il significato non va molto più in là, onestamente. Le definizioni servono per categorizzare e facilitare, e non c’è nulla di male in ciò. Personalmente mi va benissimo adattare la definizione all’ambiente in cui mi muovo in quel momento, per cui fintantoché rimangono aderenti in certa misura a quello che sono e faccio, non ci perdo il sonno. Definirmi semplicemente “artista”, con quella boria che rischia di trapelare nell’utilizzo di un ruolo così prezioso per racchiudere una produzione costantemente troppo limitata rispetto a quello che la mia mente continua a progettare, mi pare per ora un po’ eccessivo… magari un bell’obiettivo, ma comunque un po’ eccessivo.

Oltre alle produzioni di altri musicisti, quali sono le fonti di ispirazione per il tuo lavoro?

Mi ritengo abbastanza onnivoro da quel punto di vista. Per venire qui a Bolzano sono stato costretto ad utilizzare un passaggio in BlaBlaCar, la mia macchina era in panne e non c’erano altre soluzioni.
Parlando con i miei compagni di viaggio, un lavoratore in un impianto di produzione metallurgica e un fornitore di gas medicali siamo finiti a parlare dell’utilizzo dell’ossigeno e del manganese nella lavorazione della ghisa. Da lì mi sono informato un po’ meglio su come funziona questo procedimento e quando ho trovato ed esplorato per bene quello che mi interessava mi sono fermato.
Sarebbe stato meglio impiegare quel tempo di ricerca nello studio dello strumento? Può essere, ma è una domanda che trova poca risonanza in quello che sono in questo momento, quindi viene facilmente ignorata e dimenticata.
Da notare anche che ho una pessima memoria, per cui credo che indirizzare qualsiasi stimolo io riceva ad una produzione di tipo artistico mi aiuti a fissare cose che altrimenti sparirebbero in fretta. Stesso processo vale ad esempio per la resistenza dei batteri agli antibiotici, che mi ha ispirato la scrittura di una partitura grafica per un brano, oppure per i video e riprese frontali dei treni, con i quali ho fatto un video di un gruppo in cui suono, eccetera…
Non mi ritengo affatto una persona speciale o particolare per questo, a dir la verità la trovo una cosa naturale e quasi al limite del banale, ma se devo rispondere, onestamente questo è il modo con cui mi capita di impegnare il tempo e nutrire la mia creatività.

Che progetti hai per il futuro?

Ho finito da poco, finalmente, di costruirmi un piccolo ma fantastico luogo dove posso sperimentare abbastanza liberamente, e sono sicuro che lo sforzo impiegato (assieme alle centinaia di ore di tutorial, di scroll down nei forum, e di incessanti domande al malcapitato di turno) darà i suoi frutti. Sto collaborando con una danzatrice, Gloria Gasparin, ad un progetto che spero vedrà la luce nell’autunno prossimo, incentrato su elementi tra i quali l’improvvisazione e il rapporto tra movimento e suono, ma di cui per ora preferisco non svelare altro.
Ho intenzione di sviluppare e produrre un album solista, registrato con alcune tecniche particolari, così come mi sto concentrando su performance in solo al buio.
In generale avere uno spazio tutto mio mi consentirà di mettere il focus in modo stabile su produzioni personali e al tempo stesso di collaborare con chi sento vicino in termini di estetica, aspirazioni o visione.
Ammetto di essere un po’ geloso e restio a parlare delle mie idee quando si trovano nella fase di progettazione, anche in virtù del forte valore che attribuisco all’averne, di (buone) idee.
Mi ritengo ambizioso, ma so che per alcune idee ci vuole tempo e per altre non sono ancora pronto, ma appena capisco che ci sono le condizioni per svilupparle mi ci butto a capofitto.

Francesco_Cigana

Oltre a Francesco Cigana alla batteria, nella tua formazione dei sogni chi metteresti?  

Questa domanda mi fa venir voglia di fare subito qualche telefonata… ma sorvolerò sui dettagli per dedicarmi al fantasticare con gusto.
Una formazione che potrebbe veramente emozionarmi potrebbe avere tre percussionisti: su due piedi mi vengono in mente Paolo Sanna, Roberto Dani e Jon Theodore ad esempio, e uno o due fiati, e in questo caso Mats Gustafsson, Akira Sakata e Peter Brötzmann sarebbero sicuramente nella rosa dei candidati.
Un’altra formazione potrebbe avere Marc Ribot, Jack White (o Nick Cave?) e Omar Rodriguez Lopez.
Mi escludo virtualmente dalle formazioni perché credo che in entrambi i casi potrei anche semplicemente stare ad ascoltare che succede.
(incredibilmente sono tutti vivi per cui sai mai…)

Dovendo suggerire tre brani di genere differente ai nostri lettori, quali proporresti?

The Mars Volta, Frances The Mute- The Widow EP, A side
Tratto dal concept album Frances the Mute del 2005 (attenzione che il brano e il disco sono ononimi, ma questo brano è stato pubblicato sono nel vinile del singolo The Widow, un casino incredibile in pratica) e pezzo che è la chiave di volta del disco. Testi, musiche, concept, grafica, musicisti, collaborazioni. Ogni singola cosa è ben fatta a dir poco.

John Coltrane,  Ascension
Gioco la carta del brano lungo un disco. Coltrane asso piglia tutto.

Agustin Barrios Mangorè, La Catedral, suonata da Ana Vidovic
Ho i miei punti deboli pure io, abbiate pazienza.

Foto©: 1 Francesco Cigana; 2,3 Joey Erna, 4 Barbara Pigatto

 

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