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April 6, 2017

Laura Marinoni racconta Fedra, tra antico e attuale

Mauro Sp
Dal 6 al 9 aprile, al Teatro Stabile di Bolzano va in scena Fedra, con Laura Marinoni, Luca Lazzareschi, Anna Coppola, Fabrizio Falco, Tamara Balducci e la regia di Andrea De Rosa.

Il mito narra le vicende di personaggi non necessariamente invulnerabili, ma costituzionalmente immortali. L’archetipo che il mito dipinge è rappresentazione eterna dei comportamenti umani; sempre attuale, esso si presta ad un racconto che è immune dalla morte.
Laura Marinoni porta allo Stabile di Bolzano teatro Fedra, donna coraggiosa in vita, perchè capace di vivere ed esternare il suo sentimento, e ugualmente coraggiosa nel togliersi la vita, quando si trova nell’impossibilità di viverla al pieno.

Le parole dell’attrice ci traghettano dal racconto alla vita.

Accusata d’incesto, colpevole secondo la morale, Fedra esegue da sé la propria condanna a morte. Il crimine, tuttavia, non è stato compiuto.

 Questa tragedia è anche una grande riflessione sulla colpa secondo la visione morale degli antichi, non potendo parlare di “peccato”, vista la quasi contemporaneità di Seneca e Gesù Cristo. Tanto allo spettatore, quanto a chi interpreta il personaggio, salta agli occhi il fatto che l’incesto non si è consumato: ad essere considerato abominevole dalla morale comune è il desiderio. Una situazione questa paragonabile alla condanna che viene inflitta alle persone che vivono amori impossibili o difficili, come quelli omosessuali, che la mentalità comune non accetta. Fedra, come anche Ippolito, sono due disadattati, due personaggi in un certo modo patologici. La protagonista è avvolta da un’ambiguità che la pone a cavallo tra il bene e il male: è una donna che vive un sentimento sconvolgente, ma profondamente puro e umano. Desiderando Ippolito, è ovvio che desideri anche di congiungersi a lui. Non dimentichiamo che il giovane non è suo figlio, perché nato da Teseo ed Antiope, dunque, oltre che non attuato, si tratterebbe di un incesto sui generis.

laura marinoni

 Cosa attenua e forse cancella la colpa di Fedra?

 Bisognerebbe sempre contestualizzare le storie, anche se sono mitiche: Fedra è stata abbandonata da Teseo che si trova nell’Ade a compiere stupri e non ha mai conosciuto l’amore, rimanendo in una specie di stato adolescenziale. Ella rivendica il diritto di vivere l’amore, preferendo rischiare di morire piuttosto che rinunciarvi. In questo senso è un’eroina positiva. Lo stesso Seneca, che presumibilmente scrisse questo testo rivolgendosi anche alle corti malfamatissime della sua epoca, resta imbrigliato dalla compassione nei confronti di questa donna che è solo innamorata, tanto da far dire alla nutrice che senza Venere la vita sulla terra sarebbe già finita e non ci sarebbe che vento.

 Cosa l’affascina del personaggio che interpreta?

Fedra è sia madre che donna e questo mi piace molto, perché incarna due aspetti che l’immaginario maschile cerca da sempre di separare. La donna è ritenuta un essere desiderabile sessualmente oppure madre, senza che le sia permesso essere entrambe le cose. È bellissimo che questa figura femminile si interroghi su ciò che è giusto per lei, pur non essendo più così giovane, pur provando qualcosa per la persona sbagliata. Sappiamo tutti che l’amore non si controlla, anche se si può decidere di non viverlo. Vivere fino in fondo l’amore che si prova significa essere profondamente se stessi e quindi vicini al dio. Attraverso Fedra, nella sua carne, sperimentiamo tutte le cose che rendono preziosa ed insostituibile la vita.

 Le figure maschili sono fuggevoli: Ippolito perché rapito dalla sua passione per la caccia, Teseo perché impegnato in “mitiche” ma poco miti attività. Ad essere presenti, invece, sono le donne, come Fedra presente con il corpo e un sentimento non celato, e la nutrice. Quanto della nostra realtà ritroviamo nella tragedia senechiana?

Si tratta di una vecchia storia. L’universo femminile è da sempre più speculativo di quello maschile, come anche più accogliente. L’uomo si rifugia nell’azione, mentre la donna è portata ad uno sguardo più attento sulla vita. Il testo di Seneca è molto asciutto e mirato, i dialoghi non hanno nulla di retorico e il nostro allestimento è pensato per uno sguardo contemporaneo. La grande teca di plexiglas in cui si svolgono le scene – luogo dell’anima, ma anche gabbia – e il grande lavoro sul suono, che permette a noi attori di parlare in modo molto intimo, non lasciano nulla ad una retorica che è quasi imprescindibile quando si rappresenta una tragedia, soprattutto in un teatro chiuso. Si tratta di una speculazione filosofica fatta attraverso i corpi dei personaggi, che coinvolge direttamente gli spettatori e si rende assolutamente contemporanea.

fedra in foto marinoni, sullo sfondo coppola e falco_foto Mario Spada_ok

Lei ha fatto studi classici e nella sua carriera ha portato in scena testi di autori greci e latini. Cosa offre ancora ad attori e pubblico questa antica eredità?

 Per me è linfa vitale, da cui non si può prescindere. Si tratta di un materiale archetipico che non riguarda solo un’epoca, ma interessa l’uomo, la sua attività speculativa e la vita concreta. Il mio lavoro mi sollecita continuamente con grandi temi, portandomi ad un’analisi che è psicologica, storica e anche metafisico. Si tratta di testi che, senza nulla togliere ad altri più recenti, ci parlano profondamente e ci pongono domande alle quali non possiamo sottrarci.

Immagino che ricevere simili stimoli possa aprire luminose finestre di consapevolezza, ma anche baratri nerissimi…

Sicuramente. Penso che il compito dell’artista sia andare alla ricerca della verità, per questo non gli deve mancare il coraggio. Il pubblico del teatro, per il solo fatto di decidere di andare a vedere qualcosa che accade dal vivo, si aspetta di essere messo in crisi, dimostrando pari audacia.

Oltre che al teatro, le si dedica con impegno al canto e allo studio dello “strumento voce”. In un mondo che bistratta la parola per praticità ed è spesso tentato di ascoltare per puro svago, cosa l’affascina della parola e del suono?

 Il suono precede la parola, nasciamo piangendo e con il tempo il suono si trasforma in parola. La cosa che mi affascina più del canto è la ricerca del proprio suono, della propria voce intima che è unica e rappresenta la nostra natura più vera e la nostra sincerità. Il canto non è per me uno svago, ma uno dei piaceri che, assieme a lettura, scrittura e recitazione, compongono il mio lavoro. Queste attività, a loro volta, si contaminano tra di loro, dando vita ad una ricerca che non finisce mai.

Foto: Mario Spada

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