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February 18, 2017

Berlinale – In pole position per l’Orso d’Oro

Cristina Vezzaro

The Other Side of Hope (L’altra faccia della speranza) è il primo film in concorso a Berlino del finlandese Aki Kaurismaki (che pure di film ne ha già fatti molti, molti presentati qui nella sezione Forum), secondo dopo Miracolo a Le Havre della trilogia dedicata alle città di porto. “Sono pigro, se non mi impongo una trilogia non procedo con il lavoro.”
Un uomo, un mattino, lascia la moglie, vende la sua attività e va in cerca di un nuovo futuro.
Un altro uomo sbarca clandestinamente a Helsinki e subito va dalla polizia, dichiarandosi siriano in cerca di un nuovo futuro.
La storia, semplice, parte da qui, dalla differenza tra un europeo sulla sessantina e un giovane siriano. Se al primo sembrano riservate le difficoltà privilegiate della vita moderna (insoddisfazione coniugale, desiderio di realizzazione personale, ricerca di ottimizzazione del denaro), al secondo non sono riservati nemmeno i diritti minimi di un uomo (identità, incolumità personale, casa, amore di una famiglia). E a questa dicotomia Kaurismaki dedica abilmente l’intero film, con la secca ironia che è la sua principale cifra stilistica prerogativa solo della faccia finlandese della speranza, poiché quella siriana, di speranza, ne ha molta meno.

“Dov’è finita la nostra umanità?!”, è questo il grido che Kaurismaki lancia al pubblico. “Sì, ho deciso che converto la Finlandia, anzi l’Europa, anzi il mondo”, così Kaurismaki ricostruisce la xenophobia crescente che vediamo diffondersi in Europa e nel mondo. E a una giornalista molto poco opportuna che gli chiede cosa ne pensi dell’islamizzazione dell’Europa, Kaurismaki risponde con il suo guizzo geniale e ironico: “L’islandizzazione? Un problema enorme, ci sono islandesi ovunque in Europa!”.

Per il secondo anno di seguito la Berlinale si pronuncerà verosimilmente per un’opera che verte attorno all’immigrazione, questione centrale dell’epoca in cui viviamo. E se tutti i film di Kaurismaki sembrano vagamente simili, in quella Finlandia anni Cinquanta che pure resiste fuori dalla capitale (ricordo un viaggio nell’inverno di Orivesi, con le strade ricoperte di permafrost e i bar desolati che sembravano tratti da un film di Kaurismaki), con quello sguardo autocritico e ironico, The Other Side of Hope si spinge oltre ancora, ritraendo, oltre l’altra faccia della speranza, anche l’altra faccia del mondo.

Tutt’altra la storia di Sage femme, di Martin Provost. Claire (Catherine Frot) è un’ostetrica di un reparto maternità in odore di chiusura. Abita sola nella banlieue parigina con un figlio all’università che sta per andarsene di casa, quando dal passato si rifà viva Béatrice (Catherine Deneuve) la femme fatale per la quale il padre, quasi quarant’anni prima, aveva lasciato la madre, prima, e si era tolto la vita, poi. Nonostante l’enorme rabbia per una questione con cui aveva imparato a convivere da tempo, la grande umanità di Claire la fa riavvicinare a Béatrice, oramai completamente spiantata e malata terminale, di cui si occuperà in un toccante gesto di amore oltre i canoni dovuti della famiglia. 

I meriti di questo film in punta di piedi sono principalmente due, ed entrambi sfidano quelle che sembrano regole imprescindibili della filmografia moderna: il primo è che le due protagoniste non siano due donne giovani e piacenti. Sono due bellissime donne mature la cui bellezza emerge proprio grazie alla maturità. Il secondo è che la loro vita (e tutte le scene del film) non ruotano attorno a vicende che riguardano degli uomini. Ed è interessante che attribuendo a due donne due mestieri archetipici della femminilità (far nascere i bambini e far piacere agli uomini), il regista riesca invece a farne uscire un ritratto di cui non poche femministe potrebbero andare fiere.

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