Rosengarten

August 30, 2016

Flussi spaziali di un astronauta
rock ‘n’ roll

Claudia Gelati

“Cos’è la musica?” è una delle domande più criptiche di sempre. Sai che c’è? C’è che, un po’ come tutte le cose, non c’è una risposta definitiva e corale. La risposta è soggettiva e ognuno di noi ne ha una diversa. Per la musica è sempre stato un bisogno primario e viscerale. 

Si insomma passato il periodo voglio-fare-l’astronauta, è sopraggiunto il periodo voglio-fare-la-rockstar. Blem, Blem … ah che suonate che mi facevo. Io solo, davanti allo specchio con la scopa di mia madre per emulare i grandi chitarristi.

Avrò avuto dieci anni. Allo scoccare del mio tredicesimo compleanno, mia madre, con la sua perspicacia a scoppio ritardato, pensò che iscrivermi a un corso di musica fosse una cosa buona e giusta. Diceva a tutti che ero un bimbo introverso e sosteneva che un hobby potesse incentivare la mia volontà di socializzare. E allora mi portò alla scuola di musica del comune. Me la sognavo già la mia vita da chitarrista… altro che astronauta. Il mio oggetto del desiderio non era più la fantomatica tuta biancargento, ma una bella diavoletta, la Gibson Sg… quella di Angus Young degli ACDC, per intenderci.

Sognavo in grande, come sempre. Palchi, tournée, autografi, stage-diving senza ancora capire bene cosa fosse, ragazzette a cui dedicare canzoni, chitarre da collezionare e un muro Marshall dietro di me…

Ma quale Marshall e quale Gibson. Mia madre mi iscrisse al corso di flauto traverso, trascurando la mia inclinazione per le chitarre e la mia voglia di rock n’ roll. Flauto traverso, perbacco. Non che abbia niente contro il flauto traverso eh… però non è esattamente lo strumento più attraente agli occhi di un tredicenne.

La mia presunta-sognata-carriera da rocker si era conclusa prima di iniziare. Insomma ero spacciato.

Docile inizio a studiare il flauto, con la chitarra sempre in mente però. 

Suona che ti risuona, a 16 anni e mezzo, complice mio fratello maggiore, scopro i Jetro Tull. Dopo tre anni di noia, vado in fibrillazione. Ascolto di nascosto i vinili di mio fratello e mi innamoro segretamente. Ci provo a suonare come Ian (Anderson), ma l’amore pudico e platonica per la chitarra gioca la sua carta letale quando, un pomeriggio di ottobre, di ritorno da scuola, mi imbambolo di fronte a un negozio di musica della mia città. C’è una chitarra elettrica usata a 150 euro. Forse una carretta, ma non mi interessa: doveva essere mia. Racimolo faticosamente le mie mance e decido di comprarla. Inconsapevole iniziò così la mia lotta al sistema, allo generale Madre. Una lotta costante, alla scoperta di me e del mio nuovo strumento.

Il bambino asociale, timoroso della vita e costantemente convinto di essere uno sfigato cronico, non esiste più. Al suo posto un giovane uomo alla ricerca di sé con la chitarra in mente e in mano.

La musica è diventata la mia valvola di sfogo, il mio rifugio. L’amico fidato che non ho mai avuto, la ragazza più bella, il simbolo di una lotta al regime genitoriale.

Studio matto e disperato per raggiungere livelli alti in poco tempo.

Me lo ricordo il me dei vent’anni. Finito di studiare, ho trovato un lavoretto in uno studio di geometri, ma ogni giorno aspettavo con ansia di potere andare a casa e dedicarmi alla mia musica. Sforzo dopo sforzo, talvolta arrivando a maledire me e la mia chitarra.

Se proprio ve la devo dire tutta, io nemmeno dopo tutti questi anni mi sento bravo abbastanza. Non partecipo mai a una jam session perché mi sento sempre alle prime armi. Ho paura di tutto e di niente. Ma senza la musica non so stare, nonostante i miei limiti, che piano piano sto imparando ad accettare. Mi piace definirmi come “un uomo con la chitarra”.

Studiare musica non è divertente. Perché anche se probabilmente non diventerai il prossimo Django Reinhardt, ci vuole comunque: sacrificio, determinazione, tempo, coraggio, passione. Ti faranno così tanto male le dita dopo i primi accordi che ti chiederai chi te l’ha fatto fare; piangerai perché ti accorgerai dei tuoi limite. Ma sai cosa c’è? C’è quando la musica ti entra nel cuore, nell’anima e in quella dannata testa, non c’è più scampo. Fortunatamente. Diventerà un chiodo fisso e anche se prenderai strade diverse, tornerai sempre a casa. 

Parlavamo di? ah si… Rosengarten Planet. Sono molto eccitato per questa nuova avventura; ormai ne ho sentito così tanto parlare che non sto più nella pelle.

Quando mi hanno convocato per prendere parte alla spedizione, quasi non volevo crederci. Potrei essere il primo astronauta con il rock n’roll che pulsa nella vene e l’anima devoluta alla musica, nonostante la mia vita forzatamente ordinaria.

Spero che su questo nuovo pianeta, il pianeta-rosa come lo chiamano alcuni, se ne sentano di belle… chissà magari lassù è nascosto, tra un cratere e l’altro, qualche disco spazio-cosmico da ascoltare. Magari tra le tute biacoargento dei miei futuri colleghi, si nasconde Angus Young.

Detto ciò…  Dammi un La che partiamo. Accordati prima, però. 

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