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August 5, 2016

Nicola Nannini: La notte, la nebbia, il dubbio

Allegra Baggio Corradi

In mostra fino al prossimo 10 settembre al Museo Civico di Chiusa « Nicola Nannini: Declinazioni del Paesaggio », offre una vasta panoramica sulle ricerche pittoriche più recenti dell’artista emiliano attivo tra Cento e Verona. Fondata su principi tecnici formali e un approccio ragionato al disegno quale strumento di indagine del reale, l’opera di Nannini si sviluppa come un’autobiografia per immagini in cui paesaggio umano e naturale si confondono in un unicum, enfatizzando la perizia esecutiva dell’autore in rapporto alla sua attenta capacità di osservazione analitica. Abbiamo intervistato l’artista per comprendere più a fondo le sue idee di arte e di vita. 

6-  Houses n6Ciò che colpisce delle sue opere, Nicola, é la minuziosità tecnica. Spesso combina assoluta chiarezza con aree appena abbozzate e altre rese “alla prima”. Che rapporto c’é, se ce ne é uno, tra il trattamento tecnico della materia e l’intensità emotiva legata alla resa del soggetto?

Ritengo sia impossibile separare la capacità tecnica e la forma pittorica dal soggetto stesso e dalla sua emotività. Non c’è contenuto senza una determinata forma, nè una forma adeguata se non nasce da un contenuto peculiare.  Se penso a me stesso, credo d’essere nella “forma”, perché io l’ho scelta, mentre, spesso, i contenuti si acquisiscono per nascita, per vissuto o per luogo geografico. Il mio modo di alternare zone di intensa focalizzazione ad altre appena abbozzate è un’esigenza ragionata  per porre attenzione, all’interno di un immagine complessa, solo su determinati punti. Dal momento che la vita è dinamica ed è la vita che mi piace dipingere, ho bisogno di questo scarto tra finito e non finito per creare  un movimento dinamico nella percezione e nella mente di chi guarda. Un’immagine finita in ogni sua parte mi appare ingessata, statica e mortifera. Così mi piace moltissimo lasciare evidenti le tracce dei passaggi tecnici che portano ad una compiutezza realizzativa, perché i mezzi della pittura sanno essere belli in sé, dinamici e imperfetti quanto la vita. La scelta di ciò che dovrà essere maggiormente descritto, nasce da un  piacere inconscio, da un trasporto animoso verso un oggetto o una situazione che ritengo più emblematica o necessaria di altre. Questo iniziale  “piacere” fisico deve essere razionalizzato e intellettualmente guidato. Le scelte pittoriche sono e devono essere, al fine, consapevoli scelte intellettuali. Non è più il tempo di una ispirazione inspiegabile e forse mai lo è stato: la consapevolezza delle scelte è fondamentale ed è il potenziamento dell’atto creativo. La scintilla è solo il principio della fiamma e poi dell’incendio …

2-  pianura , archetipo, 2011Recentemente ho intervistato un suo conterraneo, Nicola Morandini, fotografo che ha realizzato un’indagine fotografica nella campagna emiliana. Questo mi ha fatto pensare alla tradizione pittorica locale e ai precedenti che ci riportano indietro fino al Seicento quando pittori come Barocci amavano già includere elementi “domestici” come le brocche d’acqua, i gatti o i fiori all’interno di scene bibliche rendendole più rassicuranti, umane e familiari. Perché crede sia così fortemente presente l’elemento domestico (inteso come qualcosa legato alla terra, alla campagna, alla vita agricola) nella produzione di artisti emiliani attraverso i secoli?

Quello che lei mi  dice è vero. Sono d’accordo sulla sua visione dell’arte emiliana anche se potrei dire altrettanto di molti autori lombardi, veneti e in particolar modo di  una notevole  schiera  di autori olandesi. Voglio dire che questa esigenza di “quotidianità”, di laicità, questa voglia di normalità domestica,  è in realtà molto diffusa nella pittura post-rinascimentale, Italiana ed Europea in genere. Tornando alla domanda ammetto che non credo di avere una risposta particolarmente illuminante, se non assolutamente personale.  La terra Emiliana è ben lontana dalla bellezza soverchiante  di certa  natura o di paesaggi così  suggestivi da muovere l’animo. Il trentino possiede montagne eccezionali e scorci di bellezza assoluta;  Il Veneto alterna poderose vette  a incantevoli declivi che corrono  al mare e già sembrano quadri; La Toscana, con le sue dolcissime colline e caldissimi vigneti  è incanto del cuore ecc… Ci sono luoghi in cui la magnificenza del paesaggio è già così sfolgorante da essere arte, nell’atto stesso del guardarla. L’Emilia non ha niente. E’ una piatta pianura la cui unica dote risiede nella forza dei suoi verdi in primavera o nella possibilità di vedere il sole che nasce e muore in un arco completo di 180°, capace, quindi, di  donare tutti i cambiamenti della luce dalla prima mattina a tarda sera. Dalla nascita alla morte della luce, a perdita d’occhio. La sola bellezza dell’Emilia è l’identità  tra i suoi abitanti e il territorio: è nei suoi campi, nei suoi argini , nei suoi pioppeti  cioè in un paesaggio fortemente antropizzato ( sin troppo, a volte, dove le industrie si srotolano come orribili  scatole cadute a mucchi su un prato )  e che non esisterebbe senza la mano dell’uomo. L’archetipo della pianura è l’orto, cioè quel piccolo lembo di terra  dove natura e cultura si incontrano e scoprono una bellezza nuova, ma  piccola e dimessa. Una quieta e  normale dolcezza,  accogliente e rassicurante. E’ per questo che la presenza umana, anche e soprattutto la più intima e laica, è sempre presente  nelle opere degli artisti emiliani: perché la bellezza risiede nella mano  dell’uomo, nella sua operosità, nella sua socialità. Il paesaggio emiliano  senza l’uomo sarebbe un acquitrino. Questa umanità e la sua quotidianità sono la vera caratteristica , la sola bellezza che sempre o spesso viene  inserita  nelle opere anche le più “ alte”.

Un altro elemento che ricorre spesso nella produzione di artisti emiliani é la nebbia che tuttavia nella sua opera non compare, almeno non in modo preponderante. Crede che i suoi notturni siano in qualche modo un’alternativa alla resa di scene avvolte in un tempo sospeso e ovattato, al riparo dalla luce forte del sole dell’aperta campagna?

Sì, lei ha colto nel segno. La nebbia mi ha certamente segnato l’esistenza sia nella percezione visiva che nella idea concettuale stessa dell’immagine. Posso affermare che effettivamente i notturni nascono dall’idea di nebbia e cioè da una incapacità di vedere “fino in fondo” o di mettere a fuoco gli elementi. L’impossibilità di vedere  aiuta le fantasie e costringe all’immaginazione, sicchè spesso si è costretti a guardare il paesaggio non con gli occhi della realtà, ma della surrealtà; non con oggettività, ma soggettivamente e si apprezzano e volentieri si indugia sulle zone oscure, sui lembi di mistero, su realtà velate, sulle ombre lunghe. Spesso ho voluto dare ai banchi di nebbia una valenza simbolica, come fossero processioni di spiriti nella notte, cortei di infedeli o falangi di fantasmi che come ectoplasmi solcano i miei notturni.

Le opere in mostra a Chiusa sono state realizzate dal 2007 ad oggi. Come é cambiato nel corso del tempo il suo rapporto con il paesaggio?

Negli anni sono cambiato e sto cambiando molto… il che a volte mi preoccupa, ma non posso far altro che tentare di  assecondare creativamente ciò che sono. I primi paesaggi  erano più “romantici” ed emotivi . Attualmente, ma gradualmente, sono addivenuto a luci più fredde e taglienti, inquadrature più razionali, scorci che nulla più hanno di pittoresco o emozionale. Un po’ come abbandonare le calde luci del vespro per osservare la realtà sotto le impietose  luci del mezzogiorno. Non  dico che che rimarrò sempre fermo alla luce del mezzodì, perché in fondo ogni ora del giorno ha la sua bellezza, ma attualmente sento impellente il  bisogno di razionalità, analisi spietata e forme di racconto diverse dagli esordi.  

4-  pianura,case, 2011La sua produzione pittorica non si limita al paesaggio, ma si estende anche alla ritrattistica. Crede sia possibile in qualche modo considerare le sue vedute dei paesaggi umani che si presentano all’occhio tramite forme organiche piuttosto che “animali”?

Sì, mi piace spaziare attraverso i soggetti. La figura umana e l’essere umano in genere sono per me imprescindibili. La mia velleità sarebbe quella di poter analizzare e trattare qualsiasi argomento, qualsiasi soggetto, con qualsivoglia mezzo tecnico di volta in volta necessari. Vorrei, cioè creare una mia ontologia, condividere una mia poetica che non si esprime attraverso generi iconografici, ma attraverso una forma pittorica, una forma artistica. Se devo scegliere tra contenuto e forma, scelgo la forma attraverso la quale io possa comprendere, analizzare e restituire il “tutto”. Non mi è mai interessata la pittura di genere che ritengo una rinuncia alla completezza artistica. Ecco perché figura o paesaggio, interno o esterno, pittura o scultura, carta, tela o legno per me tutte buone sono. Così che il paesaggio è uomo e l’uomo presente in ogni dove. Ogni mia inquadratura paesaggistica, soprattutto nelle serie “ Houses” è il racconto dell’uomo attraverso gli oggetti del suo vivere quotidiano. Un racconto per immagini ed oggetti semplicemente accostati o presenti pittoricamente che il riguardante saprà riconoscere ed interpretare per creare la propria personale narrazione. Una storia per elementi, oggetti e dettagli. Così come lei suggerisce, il paesaggio è ancora e sempre un ritratto, o forse un autoritratto.

La sua esperienza d’insegnante ha contribuito alla sua evoluzione stilistica e alla sua comprensione del mezzo pittorico? Se si in che modo?

L’insegnamento che proseguo  già da molti anni  è stato  per me motivo di autoanalisi e ispirazione costante. Ho scoperto che l’insegnamento è uno scambio sempre fruttuoso e così mentre insegno, dagli allievi simultaneamente apprendo.  Ho rubato idee, corretto miei errori, riapprofondito passaggi che avevo sbrigativamente tralasciato, condiviso perplessità. Insegnare mi ha imposto domande e dubbi che attraverso gli allievi esplodono inaspettati , così da dover  ri-approfondire cose che normalmente avrei volentieri accantonato. Nel bene o nel male, insegnare ha contribuito alla mia crescita umana e tecnica. Mi rendo conto, tuttavia, che molto spesso le certezze che “devo” dare agli allievi in me si sono trasformate in dubbio. E il dubbio non è affatto male: apre più possibilità di una certezza.

NICOLA_003Esiste per lei un confine tra arte e vita?

Forse sarebbe più opportuno che questo confine venisse tracciato, ma temo di non esserci mai riuscito. La mia vita è entrata nell’arte e l’arte ha cambiato la  mia vita. Arte e  vita “purtroppo” coincidono. Da sempre l’una e l’altra si sovrappongono. Io non sono quello che faccio, ma faccio quello che sono.

 Nei tempi contemporanei sarebbe preferibile avere un sensibile distacco tra “mestiere” e intimità, una sorta di metalinguaggio che si costruisce e sviluppa in sé. Sarebbe più efficace professionalmente e più  strategicamente vincente,  ma davvero, pur tentando, la vita esonda  da ogni lato. A questo punto ne ho preso felicemente e necessariamente coscienza.

 

Nicola Nannini nasce a Bologna nel 1972. Vive e lavora a Cento (Ferrara). Diplomatosi all’Accademia di Belle Arti di Bologna dà ben presto inizio alla propria attività espositiva, dedicandosi quasi interamente alla pittura: ad essa affianca l’insegnamento, come docente di disegno e figura alla Scuola di Artigianato Artistico di Cento e ai corsi liberi dell’Accademia di Belle Arti di Verona. Tra le personali più recenti segnaliamo “La notte e altri viaggi”, del 2015, a cura di M. Fazzini e “GOLEM”, installazione, entrambe allestite al Museo d’Arte di San Fermo Maggiore, Verona, e l’ultima personale alla Galleria Forni di Bologna, nel 2016.

 

Nicola Nannini: Declinazioni del Paesaggio
29 luglio- 10 settembre 2016
Museo Civico di Chiusa
Dal martedì al sabato ore 9.30-12.00/15.30-18.00 

http://www.nicolanannini.info

 

 

 

 

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