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November 11, 2014

Oltre la facciata – Hinter der Fassade. Backstage #08 [In fuga dalla guerra]

Text Sarah Trevisiol
Photography Matteo Vegetti

Questa è la storia di una persona conosciuta tre anni fa in un centro profughi di Bolzano, con cui ho instaurato una vera amicizia. Grazie ad essa ho imparato a capire quanto sia difficile lasciarsi alle spalle gli orrori della guerra e quanto estenuante sia provare a ricrearsi una vita in un luogo tranquillo che inizialmente sembra ostile e incurante. 

Sono arrivato qui tre anni fa dalla Libia. Non sarei voluto partire, avevo un lavoro in cui guadagnavo bene, un alloggio e degli amici, ma con lo scoppio della guerra non ho avuto scelta. La vita era diventata un inferno. Le strade erano in mano a bande ribelli che si combattevano a vicenda e saccheggiavano tutti i malcapitati. Ogni volta che si usciva di casa per procurarsi del cibo, si rischiava di essere catturati, picchiati o minacciati con armi da fuoco, senza neanche sapere chi si aveva di fronte. Avevo più paura di queste bande che non della pioggia di bombe e granate che offuscava il cielo giorno dopo giorno.  

Una mattina sono stato trascinato a forza in una prigione, il cuore mi batteva forte in gola, sudavo e non riuscivo più a parlare, pensavo solo che sarei morto. Chi finisce in questi posti scompare oppure ne esce completamente frantumato. Sono stato più fortunato di altri perché, non so come, alcuni amici sono riusciti a tirarmi fuori, salvandomi la vita. 

La situazione peggiorava ogni giorno: le vie d’uscite dalla città erano bloccate, gli ospedali bombardati, gli aeroporti chiusi. Un mio vicino di casa mi disse che si poteva lasciare la Libia prendendo una barca. Non ci ho pensato due volte, ho pagato nella speranza di scappare da quell’incubo. La traversata è stata eterna, non avevamo acqua né cibo, eravamo ammassati uno sull’altro e qualcuno non ce l’ha fatta. Non sapevamo neanche dove stessimo andando. Nel buio della notte qualcuno ci ha salvato, non si vedeva niente, non capivo niente, era la prima volta che sentivo una lingua che non fosse l’arabo.

Ci hanno portato in un centro recintato per schedarci. Eravamo salvi, ma lì è iniziata la lunga attesa per i documenti, un’attesa infinita, estenuante, in cui mi sono spesso chiesto perché, con due mani, due piedi e una testa non potessi lavorare. Arrivato a Bolzano hanno respinto la mia richiesta di asilo politico e ho dovuto aspettare dieci mesi prima di ottenere un permesso di lavoro. Nonostante i documenti in regola non sono riuscito a trovare lavoro, nessuno voleva uno straniero. Allora mi sono messo a studiare giorno e notte, ho imparato bene l’italiano e anche il tedesco, ho fatto la patente e dei corsi come pizzaiolo. Ma niente, ho lavorato solo pochi mesi e ho finito tutti i soldi, mi hanno buttato fuori di casa e sono costretto a vivere per strada dove non mi sento al sicuro.

Il mio sogno è quello di essere rispettato e trattato come un essere umano, vorrei solo poter lavorare e tornare a vivere in una casa. E mi farebbe piacere che la gente negli autobus si sedesse finalmente al mio fianco.

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