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October 14, 2014

Oltre la facciata – Hinter der Fassade. Backstage #04 [Ognuno ha il diritto ad un casa]

Text Sarah Trevisiol
Photography Matteo Vegetti

Ascoltare le storie è il primo passo, cercare di capirle il secondo. Chiedere aiuto a chi ha esperienza con le persone senza dimora può servire a cogliere meglio la realtà che queste persone vivono ogni giorno. Parliamone con Francesco Campana dell’Associazione Volontarius:

Nei media e in generale nella società si parla poco delle persone senza dimora, semmai marginalmente o in modo negativo. Voi come cercate di spiegare il disagio di queste persone?

Francesco Campana: Purtroppo tutti noi siamo influenzati dallo stereotipo della persona senza dimora, come “clochard”, visto come anziano che puzza, dorme per strada e ha un cartone di vino in mano. Noi cerchiamo di combattere questo pregiudizio, perché nonostante sia vero che la vita prolungata per strada porta a degrado, scarsa igiene personale o abuso di sostanze alcoliche, il fenomeno è molto più complesso e multidimensionale e necessita di maggiore accuratezza nell’interpretazione. Per spiegarla in modo semplice, solitamente usiamo il gioco di parole del “senza-tetto”, del “senza-casa” e del “senza-dimora”. Il senza-tetto è colui che dall’oggi al domani rimane letteralmente senza tetto sulla testa, quindi colui che viene buttato fuori di casa e si ritrova temporaneamente senza alloggio. Esso però riesce a mantenere tutte le sue abilità sociali, gode di autonomia e indipendenza e continua ad avvalersi di una forte rete sociale di supporto. Il senza-casa invece perde già la dimensione di casa, perché nonostante possa essere accolto in una struttura d’accoglienza anche per tanti mesi, non ha più la sua casa, il suo spazio abitativo e relazionale. L’ultima tappa del disagio abitativo è rappresentata dal senza-dimora, che non ha né un tetto fisico, né un alloggio temporaneo (se non quello occasionale dell’emergenza freddo), ma soprattutto non ha più una rete di supporto. Queste persone hanno spesso una serie di altre difficoltà, per esempio sanitarie o psicologiche, ma anche relazionali, penali o di dipendenza. Il disagio abitativo, la prolungata permanenza per strada e la molteplicità delle problematiche portano le persone senza dimora ad una cronicizzazione del problema, causando una sempre maggiore difficoltà di rientro nella società. Arrivare a questa condizione comporta quindi una serie di sfortune e di disagi che dovrebbero essere considerati prima di puntare il dito e giudicare.

Quanto sono invisibili i destini dei senza-dimora nella Provincia?

Innanzitutto c’è un’invisibilità fisica, perché la ricerca di posti sicuri spinge molti a nascondersi, andando ad infilarsi negli angoli più remoti della città. Qui a Bolzano per esempio ci sono posti come le palazzine della Provincia, vicino alla stazione, che di notte si riempiono di persone senza dimora. L’invisibilità però è anche a livello anagrafico, perché non avendo una residenza è molto difficile censire i senza-dimora. In tutto il mondo vale il principio che non avendo dati certi e non sapendo inquadrare bene il fenomeno, la loro presenza passi velocemente nel dimenticatoio. Secondo me a tutto ciò si aggiunge però una nuova invisibilità che sta nella somiglianza con il resto dei cittadini, perché non sempre è possibile riconoscere un senza-tetto; potresti trovartelo a fianco la mattina mentre bevi un caffè: il non poterlo identificare con certezza lo rende più spaventoso, più inafferrabile. Qualunque sia però l’invisibilità che li circonda, il vero problema è che essi diventano visibili solo come elemento di fastidio. Il nostro compito è quello di farli uscire dall’invisibilità facendo capire alle persone i loro disagi e bisogni.

Il numero di persone in situazione di disagio abitativo è in aumento?

È difficilissimo valutarlo, proprio a causa della difficoltà di censimento di cui parlavo prima. Inoltre il disagio abitativo s’incrocia anche con i flussi migratori che comprendono altri complessi e diversificati fenomeni. La sera davanti al parco della stazione, quando distribuiamo cibo, ritroviamo persone con situazioni e provenienze molto diverse. Inoltre c’è un altro problema: chi finisce per strada spesso sviluppa un’assimilazione da parte del basso, per cui nasce una maggiore identificazione con i valori della strada che non con quelli della società circostante. Si crea una solidarietà di strada, una difesa del proprio territorio e una forte coesione tra i membri del gruppo, in cui c’è chi chiede aiuti economici o chi trova altre forme di guadagno, per poi spartire tutto equamente. Mi viene da dire che è bello vedere l’aiuto reciproco tra chi condivide quel poco che ha con gli altri, ma può nascondere una vera e propria dipendenza dalla strada che rende più difficile uscire da questo circolo vizioso e reinserirsi nella società. Ecco perché accompagniamo le persone che vogliono uscire dalla vita di strada nel percorso abitativo, per far sì che si riapproprino della dimensione-casa e dei rapporti sociali che vi si possono costruire.

Che cosa può fare il singolo nel concreto?

Credo che l’azione decisiva sia l’impegno nel diventare cittadini più consapevoli, che non si girano dall’altra parte, che cercano di capire la complessità dietro a queste storie di vita. Una persona senza dimora ha un vissuto veramente problematico alle spalle. Se un disastro naturale oggi per esempio mi buttasse giù la casa, io non sarei un senza-dimora che non ha più contatti sociali, mi dovrebbe succedere una serie di cose come un licenziamento, l’abbandono della moglie e della famiglia, problemi di dipendenza da gioco o altro, perché io diventi veramente un senza-dimora. Oltre alla maggiore consapevolezza nel giudizio di queste persone, ognuno dovrebbe poi scegliere da sé cosa sia meglio fare. C’è tanta gente che fa del bene a Bolzano: pensiamo ad esempio ad Elisabeth, che è scomparsa di recente, ma fino all’ultimo aveva persone che le portavano il panino, altre che le pulivano il posto sotto il ponte, le cambiavano le lenzuola o buttavano l’immondizia. Certo bisogna sempre misurare il supporto dato, magari evitando di dare grandi somme, ma piuttosto creando una relazione duratura nel tempo. 

Quali sono invece le azioni degli specialisti sul campo?

Ormai da anni si lavora con un approccio multidisciplinare che coinvolge una serie di specialisti, da psicologi a educatori, ma anche politici che cercano di creare le necessarie strutture d’accoglienza. Tra l’altro in tutta Europa ormai si chiudono sempre più dormitori in favore di comunità-alloggio e si promuovono programmi di “training abitativo” atti a ricreare una dimensione dell’abitare, sempre secondo il motto: “nessuno senza casa!”

Associazione Volontarius
È una ONLUS che dal 1999 opera nel campo della solidarietà a garanzia della difesa dei diritti e della dignità della persona che si trova in difficoltà attraverso la valorizzazione e la promozione della cultura del volontariato e senza differenze di cultura, razza o religione. Volontarius opera a difesa di chi è in difficoltà mediante servizi di strada (senza dimora, vittime di prostituzione), strutture di accoglienza (minori stranieri, profughi, senza dimora), arte/tempo libero, pronto intervento sociale 24/24h, educazione alla solidarietà e cittadinanza consapevole (con progetti nelle scuole), volontariato locale e internazionale. I volontari partecipano nelle attività ricreative, di alfabetizzazione, assistenza, ascolto, accompagnamento e nel coordinamento.

Associazione Volontarius ONLUS
Via G. Di Vittorio 33
39100 Bolzano (BZ)
tel. 0471 402338
fax. 0471 404921
email: associazione@volontarius.it 
volontarius.it

Per saperne di più leggete anche i primi due articoli di “Oltre la facciata” qui

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