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November 21, 2011

People I Know. Arianna Moroder: elogio della bellezza

Anna Quinz

Arianna Moroder sembra uscita da un’altra epoca. Un po’ per gli abiti che indossa, quasi sempre ripescati da altri tempi, e da altre storie, che non sono quelle delle boutique in centro, un po’ per il viso delicato, l’eleganza naturale con cui si muove, quasi sospesa, la voce sottile e calda e la sensazione che dà a chi la incontra di essere appena arrivata da un altrove in cui non a tutti è concesso andare. Arianna ha 26 anni, è nata a Bolzano, ma studia textile design a Berlino, città più contemporanea del contemporaneo. È un’artista, ma lavora con le stoffe e il tessuto, seconda pelle di cose e persone, e così con la sua macchina da cucire, crea membrane che hanno una storia da raccontare e un emozione da consegnare. Perché per Arianna, la bellezza, è prima di tutto una funzione.
Arianna, ti muovi creativamente tra arte e moda. Cosa ti danno questi due universi?

La moda è per me lo strumento di espressione personale più immediato. Voglio che la composizione di abiti che indosso sia in grado di comunicare in modo preciso senza il bisogno di usare parole. Io stessa non creo moda, ne faccio unicamente uso, cercando di raffinare sempre più la mia conoscenza del suo linguaggio. Personalmente trovo difficile parlare di arte in termini generici. Mi piace pensare l’arte come un luogo e uno stato mentale nel quale si entra ed esce continuamente, uno spazio metafisico cucito addosso alla realtà, nel quale possono succedere le medesime cose, che però hanno risvolti completamente diversi ed imprevedibili.

Cosa credi abbiano in comune, se hanno in comune qualcosa?

Questa domanda é estendibile a tutto il Design ed é una domanda che continuo a pormi trovando ogni volta nuovi spunti. Secondo me é meglio parlare di punti di incontro che somiglianze. Il Design predilige classicamente la funzione alla forma. Ma per quanto riguarda il mio lavoro, io considero la bellezza una funzione. Coi miei lavori tessili ricerco una concezione di bellezza molto specifica e affine al mio modo di pensare che possa però essere condivisa ampiamente. Mi interessa comunicare un estetica primariamente comprensibile che analizzata in particolare possa rivelare diversi livelli di lettura equivalenti a diversi livelli di complessità nel contenuto. Un’opera multifunctional, per metterla in termini di design.

Lavori con le stoffe, i tessuti. A me fa pensare che è un po’ come creare una seconda pelle, per le persone, per le cose… che ne pensi?

Ogni singola persona al mondo possiede un tessuto. Il tessuto ci circonda sempre e questo dalle prime indicazioni di fibre intrecciate a tela, risalenti già al periodo paleolitico. Trovo che la nozione di seconda pelle sia un valore pertinente al tessuto, imprescindibile. La consapevolezza di ciò sta comunque alla base di qualsiasi lavoro io faccia col tessuto.

Chi ti conosce sa che hai una spiccata passione per il vintage. Cosa ti affascina degli abiti di altri tempi? Dove e come li cerchi e trovi?

L’usato mi interessa su diversi livelli. Da un lato c’è il ciclo di vita dell’oggetto: l’idea che ogni cosa materiale esistente, può rimanere di valore, se l’offerta e la richiesta coincidono nel momento giusto. Poi ci sono idee più legate ai valori emotivi e simbolici dell’oggetto usato. L’abito in particolare è come un contenitore di informazioni che si arricchisce con ogni passaggio di mano. Quando acquisto abiti di seconda mano ho tre regole: Guardare dappertutto senza essere schizzinosa (ho una borsa bellissima trovata accanto a un cassonetto, ma è un caso estremo). Non spendere mai più di quanto possa essere il valore effettivo. Non seguire le tendenze. Il miglior Vintage l’ho trovato ad Amsterdam, New York e al mercatino delle pulci sui Prati del Talvera, naturalmente.

I tuoi disegni, ricami, hanno un che di felicemente infantile nei tratti. Quanto è ancora vivo in te, il ricordo dell’infanzia, quanto ti senti ancora bambina?

Non mi sento affatto bambina. Penso spesso all’infanzia, cercando di ricostruire o immedesimarmi nel punto di vista di me da bambina. La percezione infantile è molto più immediata e meno soggetta a influenze esterne. Il bambino è meno schematico e classifica le esperienze in modo più libero e associativo dell’adulto, che tende a trarre conclusione a priori. Inoltre vedo il trasferirsi mentalmente alla persona che si è stata in passato, come un esercizio in empatia verso se stessi che può essere utile per capire o immedesimarsi meglio nella situazione degli altri. È un cambio di prospettiva che fa sempre bene.

Vivi a Berlino, una delle mete più ambite dei bolzanini in “esilio”. Perché credi che così tanti altoatesini si spostino proprio lì?

Berlino è una città strana e interessante. Per certi versi è l’opposto di Bolzano e credo che questo attiri chiunque voglia “scappare” dalla piccola e pulita città dove è nato. Allo stesso tempo Berlino e Bolzano sono entrambe città egocentriche. Berlino è un luogo che non ti permette mai di dimenticare dove sei. Chi ci viene ad abitare acquista subito un atteggiamento patriottico verso di lei e la sente sua dal primo momento.

Tu perché sei andata a Berlino? Cosa ti piace di questa metropoli sui generis? Cosa non ti piace?

In verità non pensavo che mi sarei trasferita a Berlino. Sono venuta per frequentare un eccellente corso alla Kunsthochschule Berlin Weißensee, la scuola d’arti applicate della ex-DDR. La città mi affascina tantissimo, perché qui si trova la storia dell’epoca moderna. E in un certo senso, anche il degrado dell’epoca moderna. Secondo me, vista per come è, e non solo per i posti di tendenza, rimane una città dura che porta chi ci abita a confrontarsi in modo approfondito con temi difficili e di disagio. È complessa e fredda, con una grande anima. Ogni tanto è necessario scappare a sud per alleggerirsi!

Pregi e difetti invece della terra di origine?

Essendo nata a Bolzano non posso fare a meno di avere quello specifico senso di appartenenza che mi rende sicura delle mie radici quando sono all’estero, e molto critica, invece, quando sono in Alto Adige. Credo che da noi ci sia ancora troppo bisogno di dare nomi e definizioni. Accettare una diversità generale mi sembra un atteggiamento più futuribile che voler costringere una cultura così sfaccettata in alcune categorie.

Pubblicato su “Corriere dell’Alto Adige” del 13 novembre 2011

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